Psicoanalisi del lutto

Vi sono stati nel tempo diversi approcci al lutto. Psicoanalisti (e non solo) hanno posto l’accento sulla transizione della persona in lutto attraverso una serie di fasi, che tuttavia non necessariamente scandiscono il tempo allo stesso modo per tutte le persone. Basti parlare della teorizzazione più recente di Elisabeth Kubler-Ross che delinea un processo di adattamento alla morte caratterizzato da cinque principali fasi: la negazione, il patteggiamento, la rabbia, la depressione e l’accettazione. In questa tappa della rubrica di Francesco Martinelli, lo studioso ed intellettuale napoletano fa riferimento, come lui stesso dirà, a Freud che è pur sempre un caposaldo e a Otto Fenichel. Vediamo come…


di francesco martinelli |



Perché questa volta faccio un articolo di ordine squisitamente psicologico? Perché ultimamente mi hanno chiesto dei chiarimenti in proposito molte persone. Di tutto quello che scriverò faccio riferimento a Freud e a Otto Fenichel, quindi alla psicoanalisi ortodossa. Dico sin da ora che si possono consultare sia il volume ottavo delle Opere di Freud alle pp.102 sgg, che il “Trattato delle nevrosi e delle psicosi” di Fenichel, dalle pp.442 sgg.

Freud, nel volume ottavo, afferma di voler occuparsi della melanconia confrontandola con quello che è il normale affetto del lutto. L’Autore premette che la  melanconia non ha una sola forma clinica, ma più forme cliniche e che il modo con cui vengono ad essere catalogate non è stabilito con certezza. Anzi, egli continua, l’esiguo numero di casi analizzati non gli permette che di analizzare i casi la cui natura è psicogena. “Il nostro materiale, a prescindere dalle impressioni cui ogni osservatore può accadere liberamente, si limita ad un piccolo numero di casi la cui natura psicogena non poteva essere messa in dubbio”.

Secondo Freud tanto il lutto che la melanconia possono essere accostati dalla somiglianza del loro quadro di insieme, così come le loro cause. Quando si verifica la condizione di “ lutto”? Essa si manifesta per la perdita di una persona cara, per la perdita della libertà, della propria casa e per simili situazioni di perdita.

Certo, col tempo tale situazione potrebbe passare spontaneamente. “La stessa situazione produce in alcuni individui…la melanconia invece del lutto. E’ per altro assai rimarchevole il fatto che nonostante il lutto implichi gravi scostamenti rispetto al modo normale di atteggiarsi di fronte alla vita, non ci passa mai per la mente di considerarlo uno stato patologico e di affidare il soggetto che ne è afflitto al trattamento del medico. Confidiamo che il lutto verrà superato dopo un certo periodo di tempo e riteniamo inopportuna o addirittura dannosa qualsiasi interferenza”.  P. 103.

Cosa caratterizza la melanconia?  Essa si  manifesta con  un profondo scoraggiamento , dalla mancanza di interesse per la realtà esterna, per la perdita della capacità di amare e per una carenza di interessi per tutto ciò che è esterno alla persona. Oltre tutto ciò, il soggetto che ne è affetto si rimprovera di tutto e si umilia molto da se stesso. Perde autostima.

“Questo quadro guadagna in intelligibilità se consideriamo che il lutto presenta – ad eccezione di una – le medesime caratteristiche; nel lutto non compare il disturbo del sentimento di sé, ma per il resto il quadro è lo stesso. Il lutto profondo, ossia la reazione alla perdita di una persona amata, implica lo stesso doloroso stato d’animo, la perdita di interesse per il mondo esterno – fintantoché  esso non richiama alla memoria colui che non c’è più-, la perdita della capacità di scegliere un qualsiasi nuovo oggetto di amore ( che significherebbe rimpiazzare il caro defunto ), l’avversione per ogni attività che non si ponga in rapporto con la sua memoria. Comprendiamo facilmente che questa inibizione e limitazione dell’Io esprime una dedizione esclusiva al lutto che non lascia spazio ad altri propositi ed interessi”.

Quindi il lutto può ben considerarsi uno stato doloroso. Quando l’oggetto amato non esiste più, allora la psiche esige che la libido, l’energia psichica, venga ritirata dall’oggetto su cui era diretta.

“Contro tale richiesta si leva un’avversione ben comprensibile; si può infatti osservare invariabilmente che gli uomini non abbandonano volentieri una posizione libidica, neppure quando dispongono già un sostituto che li inviti a farlo. Questa avversione può essere talmente intensa da sfociare in un estraniamento dalla realtà e in una pertinace adesione all’oggetto, consentita dall’instaurarsi  di una psicosi allucinatoria di desiderio”. Preciso solo che Freud, precedentemente aveva affermato che : “ il processo onirico consiste nel fatto che il contenuto del pensiero… diventa cosciente sotto forma di percezione sensoriale… Noi asseriamo che il desiderio onirico viene allucinato, e, in quanto allucinazione, trova il modo di credere alla realtà del proprio appagamento”, p. 96.

L’estraniamento dalla realtà esterna è dovuta al fatto che l’Io è tutto occupato a risolvere il dolore interno.

Per motivi di spazio mi fermo qui. Voglio però riportare anche il pensiero di Fenichel, autore purtroppo  sconosciuto a molti, se non a moltissimi. Parlando del bambino Fenichel afferma che quando questi perde un oggetto, siamo sempre sulla scia del pensiero freudiano, la libido non più legata all’oggetto, allaga il bambino, determinando una probabile reazione di panico.

Il “lavoro del lutto” come lo definì Freud consiste in : “Il legame con l’oggetto perduto è rappresentato da una quantità di ricordi separati; per ognuno di questi ricordi lo scioglimento del legame è effettuato separatamente, e ciò richiede un certo tempo”…p.442, da “Trattato di psicoanalisi..

Siccome questo lavoro su se stessi non è per nulla piacevole, le persone cercano sempre di procrastinarlo quanto più è possibile, attaccandosi all’illusione che l’oggetto perduto sia ancora presente. A volte può capitare che chi ha subito un lutto sia indifferente alla situazione, in realtà ciò è dovuto ad un meccanismo di difesa inconscio che consiste nell’identificarsi con l’oggetto perduto, ad esempio con la persona morta.

“L’illusione che la persona perduta sia ancora viva, e l’identificazione con essa, sono strettamente affini. Tutti coloro che hanno perduto una persona cara cercano di semplificare il proprio compito costruendo una specie di soggetto sostitutivo in loro stessi dopo che l’oggetto reale è scomparso… Si regredisce dall’amore all’incorporazione. Dal rapporto con l’oggetto all’identificazione. Può spesso essere osservato che una persona in lutto comincia ad assomigliare sotto l’uno o l’altro aspetto all’oggetto perduto”…p.442.

Voglio finire, perché il discorso diventa troppo complesso e richiederebbe un libro a parte, con una citazione di Freud riportata da Fenichel a p. 443: “ Potrebbe essere benissimo che l’identificazione sia la condizione generale sotto la quale l’Es abbandona i suoi oggetti” Molte persone,  continua Fenichel, che hanno  subito un lutto nella prima infanzia, sono soggetti ad una fissazione orale e cercano di stabilre “ identificazioni estensive, cioè ad incorporare i loro oggetti”.

Un a piccola specificazione. L’IO è la parte centrale della coscienza , emerge dall’inconscio e fa da tramite tra il mondo interno e quello esterno, Freud lo paragona, per far capire meglio, alla pelle del corpo.

L’Es, termine mutuato da Groddek, è considerato un calderone pieno di bollenti  passioni, è una parola che sostituisce il termine di “ inconscio”. Freud dice che è  come una palude che deve essere bonificata, va reso conscio. In esso si trovano anche i contenuti rimossi.

Il Super-io, non è la semplice coscienza morale, come si suol dire, ma contiene tutte le incorporazioni derivanti dai divieti dei genitori genitori e dai modelli di riferimento. Esso deriva dall’introiezione di una parte del mondo esterno. E’ il rappresentante interno di una parte del mondo esterno.

Chiedo scusa per la sinteticità delle definizioni ma, ripeto, dovendo scendere nei particolari, dovrei scrivere un libro.

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