Riflessioni sul quarto libro del “De rerum natura” di Lucrezio

di francesco martinelli |


Prima di addentrarmi nel tema citato vorrei dare qualche accenno sulla sua vita, per coloro che non lo conoscono. Di Tito Lucrezio Caro, (sappiamo che il praenomen lo conosciamo grazie a san Girolamo, il cognomen solo dai manoscritti) ignoriamo sia la data precisa della sua nascita sia molti particolari della sua vita. Il Chronicon di san Girolamo ci informa sulla sua ipotetica data di nascita, che dovrebbe essere tra il 96 e il 94, dicendo anche che la sua morte avvenne nel 44° anno, suicida, in preda ad una follia che si vuole generata da un filtro amoroso. Cicerone pubblicò il suo poema.

Interessante è il particolare in base al quale si attesta che Lucrezio morì nello stesso giorno in cui Virgilio vestì la toga virile, a 17 anni. In questo periodo erano consoli Pompeo e Crasso. Tralascio tutta la questione che riguarda la sua data di nascita. Secondo la biografia fatta nel 500 da Gerolamo Borgia, sembra che Cicerone conoscesse il De Rerum Natura prima della morte del Nostro. Qualcuno ha ipotizzato che Lucrezio fosse nato a Pompei, Lucretius e Carus erano famose denominazioni a Pompei, anche la Venere invocata da Lucrezio nell’apertura della sua Opera è simile a quella presente a Pompei.

Lucrezio è un epicureo. Egli ha fatto suo il detto del suo maestro “lathe biosas”, vivi nascosto. Lucrezio dichiara di aver scritto il suo poema per liberare l’umanità dalla “religio”, dalla superstizione che ci induce ad aver paura dell’aldilà e degli dei che stanno pronti a punire l’essere umano. Egli afferma con autorità che bisogna liberarsi dalle passioni che sconquassano l’animo. Gli argomenti sono vari, ma noi daremo uno sguardo al IV libro. Ecco come inizia.

“Percorro le impervie regioni delle Pieridi (figlie di Pierio, abilissime nel canto), mai prima calcate da piede umano. Mi piace accostarmi a pure sorgenti e attingervi, mi piace cogliere fiori nuovi e trarne per il mio capo un’eletta corona con cui mai a nessuno le Muse hanno prima adombrato le tempie; anzitutto perché insegno grandi cose e mi sforzo di sciogliere l’animo dai nodi serrati delle superstizioni, poi perché compongo sì limpidi canti su un’oscura materia, toccando ogni cosa col fascino delle Muse.

Anche questo infatti appare non privo di ragione: come i medici, quando vogliono dare l’acre assenzio ai bambini, toccano prima l’orlo della tazza col dolce fluido biondo del miele per illudere, fino alle labbra, l’età ingenua dei bambini, che intanto trangugi l’amaro assenzio e, pur sorpresa con l’insidia, non ne resti preda, ma semmai, ritemprata in questo modo, si rafforzi, così io, poiché questa dottrina di  solito sembra troppo tetra a chi non l’ha praticata e la gente ne rifugge lontano, ora ho voluto esporre per te la nostra dottrina col canto soave delle Pieridi, e come toccarla col dolce miele delle Muse, se magari potessi avvincere così la tua mente a questi versi, finché afferri tutta la natura delle cose e ne avverti l’utilità….inizierò a spiegarti una cosa molto attinente a tutto questo: esistono quelli che chiamiamo i simulacri delle cose.

Quali membrane strappate dalla superficie dei corpi, essi volteggiano in giro nell’aria, e proprio loro vengono a spaventarci la mente nella veglia e nel sonno, quando spesso  vediamo figure strane e i fantasmi di chi è privo di vita , che spesso in un brivido ci han svegliati  dall’abbandono del sonno- perché non pensiamo che magari dall’Acheronte sfuggano anime o volteggino tra i vivi le ombre, o qualcosa di noi dopo la morte possa restare, quando il corpo e la natura dell’animo, insieme distrutti, si siano scomposti in tutti i loro principi. Dico perciò che immagini e tenui figure delle cose emesse dalla loro superficie corporea….”

Venire in contatto con tali teorie può disorientare chi  ha letto cose diverse, soprattutto sull’immortalità dell’anima, per questo Lucrezio mette in versi queste opinioni che lui ritiene verità assolute. Egli infatti afferma che la medicina è amara ma salutare. E’ proprio adatta a coloro che devono diventare adulti e che ora sono bambini, ritenendo adulti coloro che hanno sviluppato la facoltà razionale, grazie alla quale si vedono le cose per quello che sono eliminando così le paure irrazionali.

I simulacra sono immagini atomiche che provengono da tutta la materia circostante e che colpiscono i nostri sensi, essi si staccano dalla superficie dei corpi a causa di un pulsare degli stessi corpi.

Lucrezio afferma ancora: “ Anzitutto, poiché tra le cose visibili molte emettono corpi, ora sciolti ora dispersi, come il legno emette fumo e il fuoco calore…come quando a volte d’estate le cicale depongono le tuniche lisce, e i vitelli nascendo liberano membrane dalla superficie del corpo, e così pure la serpe strisciante lascia la veste tra le spine..”. Lucrezio dice ciò che succede, non spiega però come ciò si verifichi . Infatti più oltre dice : “Perché cadano e si stacchino dalle cose quelle spoglie ..non è possibile dire”.

Con tale affermazione viene eliminata la causa finale presente invece in Platone e Aristotele. Dante parlando di Democrito, atomista,  ponendolo nell’Inferno , dice che egli è colui  “ che’l mondo a caso pone”. Quarto canto dell’Inferno. Il 

Lucrezio visse nel I secolo a.C., per il resto abbiamo pochissime ed incerte notizie. La sua opera è dedicata al nobile romano Gaio Memmio, uomo politico, cultore di letteratura e protettore di Cinna e Catullo. Fu tribuno nel 66 a.C, pretore nel 58 a.C e governatore della Bitinia nel 57 a.C. In seguito le sue fortune politiche declinarono e nel 54 a.C fu esiliato ad Atene. Lucrezio menziona Memmio nove volte nel poema.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.