Orazio e la strega Canidia

di francesco martinelli |


Prima di entrare nell’argomento è bene dare qualche accenno sulla vita di Orazio Flacco. Egli nacque l’otto dicembre del 65 a.C. a Venosa, città situata al confine tra la Lucania e l’Apulia. Egli stesso ci informa sull’anno della sua nascita nell’Epodo XIII e nell’Ode III,21. Orazio era figlio di un liberto, esattore  delle tasse a Roma. Orazio, unico tra i  poeti latini, ci  parla di suo padre con molto affetto  ricordando con tenerezza i sacrifici che il padre aveva fatto per lui: pur di non esporre il figlio agli eventuali e probabili insulti da parte dei figli degli ufficiali, si trasferì a Roma dove diede al figlio una educazione sofisticata, non trascurando l’aspetto morale.  Il suo maestro di grammatica fu il plagosus Orbilius che gli fece studiare la “Odyssia” di Livio Andronico. Dopo aver studiato grammatica e retorica, si recò ad Atene per studiare filosofia. E’ stato ipotizzato che Orazio prima di recarsi ad Atene avesse studiato filosofia tra gli epicurei campani. Probabilmente conobbe anche l’epicureo Filodemo che viene da lui citato nella II Satira.

Dopo l’uccisione di Cesare, si arruolò nell’esercito di Bruto col grado di tribunus militum. L’Epodo XIII è stato forse composto nel campo di Bruto. La svolta della sua vita avvenne con la tragica fine di Filippi e le nefaste conseguenze che ne derivarono. Orazio ci parla della sua crisi spirituale  nella seconda Epistola. Qui ci informa che , quando ritornò a Roma dopo l’amnistia data all’esercito repubblicano, la sua casa e il suo podere gli vennero confiscati e dati ai veterani che avevano combattuto a Filippi. Per sopravvivere divenne scriba quaestorius. Fu in questo frangente che si convertì all’epicureismo. Negli Epodi scrive contro  una strega , di cui forse era innamorato, Canidia,  di cui ci riporta il “rituale”. Orazio morì il 27 novembre dell’otto a.C. e fu sepolto sull Esquilino. Nel quinto Epodo, Orazio ci descrive un terribile rituale magico fatto dalla strega Canidia che deve sacrificare un bambino per fare un filtro d’amore. Il bambino prima la supplica di non ucciderlo, poi però capisce a quale fine è destinato e la maledice. Ma leggiamo il rito descritto da Orazio.


“ Per gli dei tutti che in cielo governano la terra e il genere umano, che è questo tumulto e perché mi guardate tutti quanti minacciosamente? Per i tuoi figli, se mai Lucina, invocata, ha assistito ad un tuo vero parto, per questo inutile ornamento di porpora, per Giove che biasimerà tutto questo; perché mi guardi come una matrigna o una belva colpita dal ferro?

Ciò detto con voce tremante, il bambino rimase in piedi spogliato – un corpo tenero  che  avrebbe intenerito i cuori empi dei traci – Canidia col capo incolto,  i capelli intrecciati di vipere corte, ordina di bruciare col fuoco magico rami di caprifico tolti ai sepolcri, fronde di cipresso funebre, uova tinte di sangue di rana, piume di gufo notturno, erbe di Iolco e d’Iberia – terre fertili di veleni- ossa tolte alla bocca di cagna digiuna.

Sagana (un’altra strega) in vesti succinte sparge per tutta la casa le acque d’Averno, i capelli ispidi come il riccio di mare o il cinghiale in corsa. Veia, senza nessuno scrupolo, scavava la terra con la dura vanga. E gemeva per la fatica, (Veia era un’altra maga). Così che il bambino interrato morisse alla lunga vista del cibo cambiato nel giorno due volte O anche tre – emergendo col viso come i nuotatori. Stanno fuori dell’acqua col mento: le sue midolla e il fegato.

Disseccato dovevano essere un filtro d’amore, appena, fisse sul cibo proibito, le sue pupille cominciassero a decomporsi. Non mancava, si dice, a Napoli città di pettegoli, e nei paesi vicini, la riminese Folia, donna di maschia libidine, che con voce esperta incanta le stelle e le tira giù dal cielo insieme alla luna. Poi Canidia, mordendo coi denti lividi l’unghia lunga del pollice, che cosa disse o non disse? Leali mie signore, tu Notte e tu Diana, che governi il silenzio quando si compiono i riti segreti, adesso, adesso venite, e rovesciate addosso alla casa nemica l’ira e il potere.

Mentre le belve nascoste nelle selve paurose si abbandonano al dolce sonno, le cagne della Suburra abbaino al vecchio libertino, cosparso di un profumo migliore di quello mai creato dalle mie mani, e ne facciamo lo zimbello di tutti. Che accade? Perché non funzionano più i veleni di Medea barbara Con cui punì la superba rivale,  la figlia del grande Creonte, e si diede alla fuga, quando la veste donata, imbevuta di male, portò via tra le fiamme la nuova sposa? Eppure non mi è sfuggita nessun erba e nessuna radice, nascosta anche nei luoghi remoti. Dorme dunque, e il letto è impregnato dell’oblio di ogni altra rivale?

O va in giro, liberato dagli incantesimi (fatti) di un’altra maga più esperta? Eppure dovrai tornare con nuovi veleni a me, Varo, e ti farò piangere molto; tornerà la tua mente al richiamo di formule non provinciali. Qualcosa di più voglio preparare e versarti, dato che mi rifiuti, un veleno più potente, e se il cielo non cadrà più in basso del mare, con sopra la terra, non potrà mai mancare di ardere per il mio amore, come il bitume nel fuoco nero.

A queste parole il bambino non cercava più di impietosire le streghe, ma non sapendo come rompere il suo silenzio, alla fine pronunciò le maledizioni di Tieste (maledì il fratello Atreo e la sua dicendenza): Né i filtri né il lecito né l’illecito possono sovvertire la condizione alterna dell’uomo. Vi inseguirò con la maledizione solenne, L’imprecazione che nessuna vittima espia. Quando per vostro volere io sarò morto, apparirò come una furia notturna, cercando nell’ombra i vostri volti con le unghie ricurve: questo è il potere divino che spetta ai defunti. Incomberò sui vostri cuori ansiosi, col terrore vi toglierò il sonno. E da tutte le parti, casa per casa, una folla vi lapiderà, vecchie oscene, e i lupi e gli uccelli dell’Esquilino sbraneranno le vostre membra insepolte, e i miei genitori, che, povero me, non sopravviveranno, non saranno privati di questo spettacolo”.

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