Coronavirus, i dubbi ed i sospetti sulla fase 2 dopo l’ultimo decreto di Conte
di alessandro cipolla |
La fase 2 così come è stata illustrata dal premier Conte ha scontentato un po’ tutti. Sul piede di guerra ci sarebbero soprattutto i commercianti, viste che molte attività come bar e ristoranti potranno ripartire solo dal 1 giugno mentre inizialmente si era parlato del 18 maggio. Il governo da quando è iniziata l’emergenza coronavirus è sempre stato molto prudente, ascoltando i consigli dell’ISS e del Comitato Tecnico Scientifico, ma questa volta gli italiani che finora hanno comunque apprezzato l’operato di Palazzo Chigi si aspettavano un maggiore coraggio.
L’edizione di ieri, lunedì 27 aprile de Il Messaggero racconta però un retroscena su quale potrebbe essere stato uno dei motivi che hanno spinto Conte, in vista della fase 2, ad allungare i tempi del calendario della riaperture. “Nella domenica dell’Annuncio – si legge in un articolo del quotidiano romano a firma di Simone Canettieri – i dati che provengono dalla Lombardia continuano a essere complicati e densi di preoccupazioni: a Milano è tornato a crescere il dato dei contagiati, anche se in Lombardia sono calati i decessi, ieri a più 56. Campanelli d’allarme che ieri hanno fatto rimettere al centro della task force di Vittorio Colao che parla con il Governo l’indice di contagio R0 e la capacità delle singole regioni di predisporre letti di terapia intensiva in caso di ritorno del contagio”.
Se la soluzione più logica poteva apparire quella di una fase 2 a macchia di leopardo, permettendo così a un bar o a un centro estetico di Campobasso di riaprire prima di uno di Bergamo, questa scelta avrebbe senza dubbio provocato la “ribellione” della Lombardia e delle altre Regioni escluse. Per non creare disparità di trattamento e tensioni politiche, alla fine Giuseppe Conte potrebbe così aver scelto di optare per una linea omogenea in tutta Italia nonostante le diverse linee di contagio tra il Nord e il Sud del Paese.

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