La lettera (bellissima) che Stefano D’Orazio scrisse nel 2009

di francesco de rosa |


Il fatto è che ci sono giri di boa, stagioni che si chiudono. Qualche volta si chiudono anzitempo, in maniera tragica oppure come natura impone. Per vecchiaia, paura, viltà, per nostalgia o per la ferrea legge delle cose che finiscono. Undici anni fa, era il 2009, Stefano D’Orazio compiva 60 anni. Sarà che i numeri degli anni fanno sempre un certo effetto e così accadde per lui. In quei mesi maturò l’dea dell’addio dalle scene, dai palchi, dalla vita artistica e faticosa dei concerti. Quell’addio (alla storia dei Pooh a cui aveva partecipato sin dalla fondazione e in tutti gli anni di successo) volle scriverlo in una lettera che offrì particolari di grande valore, lo spessore umano, la bellezza delle parole che raccontano la vita. Da poche ore, nel giorno della morte, quella lettera è tornata virale. Ci sarebbe poi tornato (sulle scene) nel 2015 con la reunion per una tournee che nel 2015 ebbe una grande successo. E val la pena ripubblicarla qui integralmente che a rileggerla sembra profetica, un testamento umano ed artistico, di vita e di carriera in questo giorno di lutto e ricordi. Stefano D’Orazio è morto, a 72 anni, il 6 novembre 2020 in conseguenza ad un aggravamento delle sue condizioni fisiche causate da un contagio Covid ma quella (questa) lettera ha la stessa bellezza che aveva nel 2009 e forse anche di più. Eccola… 

«Sono al capolinea. Sto per scendere dalla grande astronave luminescente e fortunata che per tanti anni mi ha trasportato oltre le mie aspettative in una lunga avventura indimenticabile, spesso faticosa, quasi sempre straordinaria.

Un viaggio iniziato spensieratamente, quasi per gioco, in quel tempo in cui il mio futuro, sembrava essere così lontano che ero certo di potermi prendere tutto il tempo che volevo prima di affrontarlo. E così, in attesa di diventare “grande” e di fare “le cose per bene”, sono salito, tanto per farmi un giro, sul quel traballante ottovolante che, in quel tempo, solo in pochi chiamavano musica.
Niente cinture di sicurezza e niente casco, ero leggero ed incosciente, senza bagagli, perché immaginavo non mi sarebbero serviti, d’altra parte al Luna Park non ci si porta neanche lo spazzolino da denti, si entra, si spara nel centro e se ti va di lusso vinci una bambolina e torni a casa che magari non s’è ancora fatta sera.

E invece no, all’improvviso l’ottovolante è diventato mongolfiera e forse spinto da venti di fortuna, ho cominciato a volare. Tra una nuvola e un temporale il mio pallone è diventato aeroplano e poi astronave, muovendosi per una rotta che non sapevo bene dove mi avrebbe portato, ma che avevo la sensazione che poteva essere quella giusta. E le cose sono andate.

Sono diventato un buon cliente di “Popland”, ho vinto telegatti e pesci rossi, ho raccontato le mie piccole fantasie a gente che forse, come me, aveva bisogno di piccole cose per addormentarsi felice.

Ho incontrato applausi e neve in autostrada, ho sorriso alle lucette rosse delle telecamere e ai miei amori importanti, ho rotto bacchette ed amicizie troppo grandi per sopportare le mie eterne lontananze, ho tenuto a battesimo i figli degli altri senza avere mai avuto il coraggio di farne uno mio, ho messo tutto il mio tempo e tutto il mio talento nella grande avventura che mi ha accompagnato fin qui stappando bottiglie frizzanti e qualcuna che sapeva di tappo e ho spento da poco 60 candeline rendendomi improvvisamente conto che tutto quello che potevo dire in questa fortunata dimensione, l’avevo già detto.

Non è facile decidere di dire basta quando tutto va alla perfezione, quando il successo con la esse maiuscola non sembra essere ancora stanco di accompagnarti, non è stato facile per me e so per certo che non lo è stato neanche per i miei “amici per sempre”, ma ho sentito l’irrefrenabile bisogno di mettere un punto alla mia vita e voltare pagina.
Il mio futuro non è più così lontano e tutte le “altre” cose che “prima o poi” mi ero promesso di fare pretendono di essere fatte. Non so bene da dove ricominciare.

Forse scoprire il senso della noia, che non ho avuto mai il tempo di apprezzare. Forse viaggiare accorgendomi magari che tutte le città che credo di conoscere, oltre ad uno stadio, ad un teatro o a un palasport, sono fatte anche di gente e di storia. Forse finire di leggere tutti i libri che ho dimenticato aperti sui comodini degli alberghi.
Forse scrivere il “mio libro” sperando che qualcuno possa dimenticarlo aperto su qualche comodino.
Forse raccontare ai ragazzi cose di musica e di vita e riuscire a scommettere che a farcela possono essere più di uno su mille. Forse semplicemente coltivare capperi a Pantelleria e la sera andare a cena da Mario. Forse chissà, ma di certo c’è, che la mia stagione da Pooh è finita, senza colpe né rimpianti. Mi si è semplicemente spento quell’entusiasmo che è sempre stato il motore del mio fare.

Ero partito senza bagagli dicevo, ma strada facendo ho dovuto comprare parecchie valige per riuscire ad infilarci dentro tutto quello che mi accadeva, e oggi rovistando tra i ricordi mi sono reso conto che prima di scendere dalla grande astronave, devo dire tantissimi grazie. In primis ai miei 3 compagni di viaggio senza i quali la mia mongolfiera non si sarebbe mai alzata da terra, hanno avuto l’incoscienza di credere ai miei voli pindarici e la pazienza di sopportare i miei ruzzoloni. Con loro ho trascorso i miei tempi migliori ed ho diviso il meglio di questa lunga storia.

Grazie alla mia famiglia, a mio padre e a mia madre che forse non volevano immaginare che avrei suonato il tamburo per tutta la vita, ma che anche oggi che non ci sono più continuano ad accompagnare il mio andare e mi hanno lasciato dentro il senso indelebile del vivere onesto.

Grazie al “popolo dei Pooh” che ha voluto farmi arrivare fino a qui. Grazie a tutti coloro che hanno accompagnato le mie notti e i miei giorni di lavoro.
A quelli che si sono stancati con me per preparare i miei momenti migliori. A quelli che senza mai prendere un applauso sono stati gli artefici di mille applausi. Ai ragazzi che hanno smontato e rimontato mille volte le mie batterie. A chi mi ha insegnato che la musica è il più bello di tutti i lavori. A chi mi ha insegnato che questo lavoro non è solo musica.
A chi scrive sui giornali e che male o bene ha scritto di me. A chi dalla radio o dalla televisione ha fatto arrivare alla gente le mie piccole storie. Alla mia unica ed “eterna” casa discografica. Ai collaboratori di ieri e di oggi. Alle mie ragazze della “stanza dei bottoni”. A chi è cresciuto accanto alla mia scrivania e oggi sa come si fa, molto meglio di me.

Grazie a tutti quelli che sanno che gli sono amico e che sanno che anche domani potranno contare su di me. Grazie a tutti quelli che mi saranno amici anche domani. Grazie, io scendo qui.

Stefano D’Orazio»

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