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Mario Moretti Polegato (Geox) vede nella crisi post pandemia un nuovo modello di sviluppo. Eccolo…

di francesco de rosa |


Classe 1952, origini a Crocetta del Montello, in quella sana ed operosa provincia di Treviso dove il futuro si inventa da cose reali per renderlo possibile. Fece così con Geox, l’azienda delle calzature che ha cambiato il modo di indossare le scarpe e le ha fatte “respirare”. Mario Moretto Polegato non si è sottratto alle domande di Giuliana Ferraino del “Corriere della Sera” che ha voluto sentirlo attorno ai temi economici del momento, al post codiv, alla crisi economica che gli Stati occidentali (e non solo) sono chiamati a fronteggiare già ora e nei prossimi mesi. Cautela, attenzione ma anche ottimismo, capacità di cambiare in bene le condizioni avverse in un mondo dove – come afferma Polegato – «si stanno consolidando sempre di più le tre macro aree del mondo: la Cina, che sperimenta una ripresa consistente dell’economia; gli Usa, dove si osserva una forte ripresa del mercato, ma la situazione sociale è critica, con forti tensioni che sfociano in manifestazioni; infine, l’Europa, dove la ripresa è iniziata, ma la situazione è ancora incerta nell’immediato, in particolare per l’impatto del lockdown sull’occupazione».

Ed proprio nell’Europa che l’imprenditore italiano vede un ruolo chiave. «La crisi ha rafforzato l’eurozona nonostante la resistenza di alcuni Paesi. Non è ancora l’Europa che sogniamo, ma è più forte di qualche mese fa. Si sono affermate in modo irreversibile una maggiore integrazione e solidarietà fra gli Stati membri. La crisi offre anche opportunità di investimento, perché molte aziende si sono indebitate; si potranno stringere nuove alleanze nel settore manifatturiero o anche acquisizioni.»

Bisognerà cambiare alcune strategie, modelli e modi di organizzazione, adattare le condizioni imposte ad un nuovo piano di sviluppo su scala globale. Una condizione a cui non possiamo sottrarci. Anzi. «La globalizzazione continuerà, ma Usa, Cina ed Europa prediligeranno i loro interessi e questo avrà un impatto anche sulla supply chain, perché molte aziende dovranno rivedere i loro modelli e le loro catene di approvvigionamento per ridurre i rischi. Assisteremo a una regionalizzazione della globalizzazione, si produrrà sempre più nei mercati di sbocco. Vedremo un ritorno delle attività produttive per evitare la concentrazione in un solo Paese, come la Cina. Una scelta dettata anche per mantenere l’occupazione nel proprio Paese. Se c’è occupazione, aumentano i consumi, quindi c’è crescita». L’orizzonte, per Mario Moretti Polegato è tutt’altro che spacciato, cupo, catastrofico, come da più parti si va dicendo. Anzi. Ripensare dove e come produrre e con quali costi potrà essere la vera svolta. «Serve però un intervento dei governi per bilanciare la disparità del costo del lavoro e un pacchetto di agevolazioni per favorire l’occupazione, senza non ci sarà la ripresa dell’economia».

Una nuova economia, quindi, da affidare alla tenacia e all’immaginazione di chi sappia prendere su di sé la voglia, il rischio e la capacità d’investire. L’impresa dovrà inventare una nuova economia. La politica dovrà rendere possibile le circostanze necessarie per poterlo fare. Nella nuova economia che Mario Moretti Polegato intravvede ci sarà l’affermazione di uno sviluppo del web in grado di «permetterà alla singola azienda di creare il proprio network nel mondo. L’e-commerce è un filo diretto e moderno, senza confini, tra chi produce e chi consuma». «Si ridimensionerà il retail tradizionale. Per l’Italia sarà ancora più importante perché il tessuto imprenditoriale è fatto da tante piccole imprese che potranno raggiungere un consumatore internazionale». Ma è qui, in mezzo allo scenario incerto delle cose italiane che Mario Moretti Polegato vede le insidie maggiori. «All’Italia manca una visione del futuro. Il nostro Paese ha bisogno di un piano per l’economia condiviso da associazioni imprenditoriali e sindacali. Serve una riduzione delle tasse e un’armonizzazione fiscale a livello europeo, a cominciare dall’Iva. C’è la questione del debito pubblico, che potrebbe salire fino al 160% sul Pil: prima poi andrà affrontato. Ma in questo momento è urgente il rilancio dei consumi, in forte rallentamento. Parte dei fondi Ue dovrebbe essere impiegata per spingere i consumatori a spendere. Bisogna creare le condizioni affinché le imprese producano e creino posti di lavoro, non disoccupazione. Perché se una persona perde il lavoro e va in Cig, non spende. Gli incentivi a pioggia non servono, dobbiamo puntare sulle eccellenze italiane, sul Made in Italy, quindi food, moda, turismo, le piccole e medie aziende».

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