Vai alla barra degli strumenti

Maurizio Baglini e Cinzia Forte in recital a Castiglioncello del Trinoro

Con un recital di Maurizio Baglini e Cinzia Forte, dedicato a Schumann e a Rossini, si è tenuto sabato scorso (2 marzo 2019) uno dei concerti conclusivi della stagione 2018-19 del “Monteverdi Tuscany”, nel delizioso borgo di Castiglioncello del Trinoro (ci si arriva agilmente da Sarteano, altro gioiello delle colline toscane).

L’incipit è in piano solo, con alcune preziosità di Robert Schumann, tra cui “Träumerei”, il ‘sogno’ in fa maggiore “così facile per i bambini, e così difficile per gli adulti” (come confidato al pubblico da Baglini), risolto magnificamente, con nitidezza di piani sonori, cantabilità e chiarezza d’intenti interpretativi. Non a caso il pianista sta curando per la Decca l’integrale di Schumann, e il suo approccio è rizomatico, prospettico e analitico senza indulgere in mera filologia.

Nelle note di copertina del quarto cd (l’opera prevede tredici dischi complessivi), viene chiesto a Maurizio Baglini se effettivamente il pianoforte possa farsi simile alla voce umana. La risposta offre motivi d’interesse: “sì, di continuo. Ma non penso al canto belliniano, che molto ha influenzato Chopin, bensì al Lied tedesco”. Per Baglini “la melodia lunga dell’Arabeske, visione atmosferica tradotta in corrente musicale,” viene fatta respirare “come farebbe un cantante”. Dal vivo, si colgono pattern quasi geometrici, in cui il respiro si fa senso, ma con una sorta di moltiplicazione/espansione di ciò che sarebbe possibile alla voce umana.

Se il pianoforte nasce dall’utopia sonora di trasformare la ‘percussione mediata’ della corda in prolungamento d’incanto, propriamente in ‘respiro che si fa canto’, talvolta questo respiro riesce persino a trasfigurarlo.
In concerto, tutto ciò avviene per alchimia e bravura, attraverso nitidezza e misura delle proporzioni. Baglini ci riesce: nella musica di Schumann conduce la mente a questa o a quella voce, magari interna, o in sottovoce. Così, c’è chi ascolta il canto, e se ne fa sazio, e chi preferisce invece seguire linee d’accompagnamento, cullarsi nella profondità dei bassi, nelle pedalizzazioni raffinate. Questo pianismo, pertanto, è prospettico in senso filosofico, e perciò attuale: fa sua una visione capace di miscelare il ‘prato’ dai mille sguardi di Gilles Deleuze e la scienza prospettica di Michel Foucault. È il pianismo del nostro secolo, del “secolo foucaltiano”.

La prima parte del concerto si conclude con un passaggio non brusco, ma accattivante: dal sogno di Schumann a quello di Rossini, con “Un rêve”, dai Péchés de vieillesse, brano caro anche a Dino Ciani. Chi suona la musica pianistica di Rossini sa quanto essa proponga solo in apparenza la semplicità della discorsività lineare, almeno di notazione. Essa è invece molto difficile, perché richiede souplesse e scatti d’umore, ancor più in un brano quasi a programma, dove il “sogno” sembra agitato, saltella qua e là, propizia sbuffi e conduce a improvvisi risvegli. Anche in Rossini, Maurizio Baglini rende, con umorismo misurato, la traccia d’intenti, e la risolve in sicurezza tecnica. Il brano, ovviamente, fa da ponte alla parte più squisitamente rossiniana del concerto, in duo con Cinzia Forte.

L’acustica della sala è forse asciutta; più propizia al suono in solo del meraviglioso Fazioli perché quasi priva di riverbero; gli armonici si frangono, vengono assorbiti da una moltitudine di ceppi da camino posti alle spalle dei due musicisti, rendendo tutto nitidissimo agli ascoltatori, con minor ritorno acustico verso chi performa. Eppure, Cinzia Forte è accattivante, brava nel padroneggiare gli ardui virtuosismi rossiniani, in un crescendo che raggiunge persino levità ne “La pastorella delle Alpi”, e nitidezza, coinvolgimento del pubblico, nella celebre tarantella rossiniana, “La danza”: asperità virtuosistiche risolte con classe e raffinatezza.

Un cenno, a chiusura di questa nota, va al progetto culturale intrapreso dal “Monteverdi Tuscany”, relais che ha trasformato il borgo con interventi migliorativi (anche dell’acustica della Chiesa di Sant’Andrea ove normalmente si tengono i concerti). Fin dal mattino, l’apertura della mostra (che resterà accessibile fino al 28 aprile) dell’artista romano Gianni Politi ha fatto sì che l’intera giornata fosse all’insegna dell’arte. Le stratificazioni delle opere di Politi, linee che si interrompono mostrando due, tre strati di tela, con colori diluiti o macchie nere che disegnano geometrie inusuali, simili a calici alchemici, hanno reso gesto pittorico e gesto sonoro affini: non resta che ringraziare e godere di una proposta capace di fondere arte, architettura, paesaggio, musica in un’unica mistura d’intenzione. (Girolamo De Simone)

Chiesa di Sant'Andrea
Chiesa di Sant’Andrea a Castiglioncello del Trinoro
Gianni Politi con una delle sue opere in mostra fino al 28 aprile a Castiglioncello del Trinoro
Maurizio Baglini e Cinzia Forte in un momento del concerto

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *