Nota su “Le cinque stagioni” di Matteo Fioretti
In occasione della presentazione del libro di Matteo Fioretti, compositore, produttore, musicista, autore e didatta italiano con la sua Opera prima, il saggio “Le cinque stagioni” Forme molteplici di un jazz in movimento – Kairos Edizioni, nella Rassegna “Cultura Diffusa”, svoltasi presso Scotto Jonno in Galleria Principe di Napoli, lo scorso martedì 16 dicembre 2025 proponiamo qui le Note scritte da Girolamo De Simone. La prefazione del libro è stata curata dal luminare mondiale del jazz Giancarlo Schiaffini, trombonista, tubista, compositore, laureato in Fisica, autodidatta in musica, ha partecipato alle prime esperienze di free jazz in Italia (anni ’60) fondendo successivamente tale esperienza con l’attività di compositore e interprete della musica d’avanguardia; altro prefatore Enzo Nini, sassofonista, flautista, compositore, arrangiatore ed insegnante. Ad argomentare, oltre all’autore ed a Enzo Nini, sono stati Girolamo De Simone direttore responsabile della rivista musicale Konsequenz, musicista e critico musicale considerato uno degli esponenti di rilievo delle nuove avanguardie nazionali; Marco Sannini, diplomato in Tromba, svolge una intensa attività come solista, compositore ed arrangiatore nei campi del Jazz e della musica colta europea, Capo Dipartimento di Composizione Jazz presso il Conservatorio San Pietro a Majella di Napoli e Domenico Condurro, sociologo e presidente della Campania dell’ANS – Associazione Nazionale Sociologi . Il momento musicale è stato curato dall’autore e da Enzo Nini che hanno proposto suoni diventati immagini e gesti che sono diventati suoni grazie all’intervento delle danzatrici in improvvisazione, Sara Cuzzolino e Giulia Compagnone dell’Astra Dance Academy di Valeria Papale. L’accenno alle letture sono state di Maria Gabriella Tiné. L’organizzazione e la conduzione sono state della giornalista Laura Bufano. Ecco le Note che il musicista Girolamo De Simone su nostro invito ci ha gentilmente dato dopo averle pubblicate sul portale Konsequenz che lui ha fondato e dirige …
di girolamo del simone
Matteo Fioretti [Le cinque stagioni. Forme molteplici di un jazz in movimento (Kairós Art, 2025). Prefazioni di Enzo Nini e Giancarlo Schiaffini] cita subito Fluxus, la Minimal music, e molti altri movimenti della musica sperimentale e d’avanguardia, che in vari modi s’è intersecata con il Jazz.
Si parte dai fondatori Dick Higgins e George Maciunas, ma Fluxus ebbe anche importanti esponenti italiani: Giuseppe Chiari [che sin dal 1950 aveva iniziato con l’improvvisazione jazz, presto approdando a Intervalli, serie di brani per pianoforte il cui tempo, come mi disse Chiari nel 1998, doveva esser dettato dal “tempo interiore dell’interprete”], Walter Marchetti [sfruttamento dei Suoni/rumori, anticipato da Busoni con i suoi terzi di tono cospiranti alla creazione di un nuovo sistema sonoro, e declarato in un “Credo” da John Cage], Gianni-Emilio Simonetti [che stigmatizzò le molte note di Donatoni, fraintese quelle di Castaldi, e sottopose a una feroce critica dell’ideologia musicale i sistematizzatori di Cage, come Feldman, perché, per dirla con Benjamin, “gli emblemi ritornano come merci”, G.E. Simonetti, Critica dell’orecchio, p. 47].
Tre italiani, tutti Fluxus, con caratteristiche diversissime.
Del Minimalismo Matteo Fioretti cita La Monte Young… e gli altri alfieri Philip Glass, Steve Reich e Terry Riley. Ma anche il teorizzatore, l’inventore della parola: Michael Nyman, autore di Musica sperimentale, giustamente considerato imprescindibile punto di riferimento per disegnare il panorama e il clima di quegli anni.
Cosa avevano in comune i due filoni Fluxus e Minimal, soprattutto nelle persone di Higgins e La Monte Young? La vicinanza a un altro filone, il Living Theatre di Julian Beck e Judith Malina.
Ad un celebre concerto del Living Theatre del marzo del 1960 s’erano ritrovati John Cage, Al Hansen, George Brecht, Allan Kaprov. [Un concerto che ho (luglio 2024) ripreso e riproposto recentemente a Caggiano, all’Archivio del Living Theatre con Andrea Riccio, Domenico Di Francia, Francesco De Simone (che ha rivisitato in forma elettronica gli elementi di casualità di evenienze sonore Candle-Piece for Radios)]. Ma già dal 1952 sia Al Hansen che Dick Higgins avevano partecipato a un corso sulla musica sperimentale tenuto da Cage a New York. In Fluxus, Dick Higgins enuclea le caratteristiche del movimento: internazionalismo, sperimentalismo iconoclasta, intermedia, minimalismo [termine che però resta ambiguamente sospeso tra il minimalismo weberniano e quello anglosassone/americano], un tentativo di risoluzione della dicotomia arte/vita, implicatività, lo spirito del gioco [non a caso Giuseppe Chiari dedica un’ampia riflessione al tema del gioco in un suo magnifico librino Musica et cetera. Fluxus, Bologna 1994, pp. 55 ss.], effimero, specificità, presenza nel tempo, musicalità [D. Higgins, opuscolo, New York 1987, poi ristampato in Modernism Since Postmodernism: Essays on Intermedia, San Diego 1997]
Punto d’intersezione può essere considerato John Cage, nome che ricorre in più pagine del volume, il quale aveva cominciato a produrre nuove forme a partire dal 1939 e a prevedere l’avvento della musica di improvvisazione fin dal 1937 (circostanza narrata da Franco Evangelisti, Dal silenzio a un nuovo mondo sonoro, Roma 1991,p. 65). Cage però può funzionare come innesto specificamente musicale. Ma non dal punto di vista della “scena sonora totale”, definizione data da Judith Malina in riferimento all’Antigone, opera spartiacque (di Bertold Brecht) nella versione Living rappresentata nel 1966, importante anche da un altro punto di vista: la commistione tra linguaggi. Difatti, con valore aggiunto, il Living e Cage lavoreranno insieme nel 1960 con The Marryng Maiden, ove ricorrono particolari elementi casuali e scenici.
Tornando in Italia, non posso non segnalare il lavoro poetico e teatrale di Aldo Braibanti, che, con tutti i distinguo da egli sottolineati, si avvicinò e superò la ricerca teatrale del Living Theatre [la quale, a detta di Braibanti, mitizzava ancora una forma specifica di rappresentazione, eludendo la necessità più profonda di riprodurre nel gesto teatrale il dato biologico, naturale, che riflette in singoli gesti… il “cosmo intero”].
Nel Filottete di Braibanti, egli si affianca a Pietro Grossi, importante pioniere della musica elettronica italiana, nella produzione, addirittura generata a distanza, di suoni casuali generati da un computer in tempo reale.
Altro italiano a collaborare strettamente con il Living Theatre fu Pietro Pirelli, che lavorò alle musiche per Capital Changes, rappresentato a New York e anche in Italia, nel 1999.
Tra gli italiani che hanno fiancheggiato questo tipo di avanguardie non posso non citare almeno altri due compositori: Franco Evangelisti e Giacinto Scelsi. Il primo, Evangelisti, lasciò poche composizioni e il già citato volume Dal silenzio a un nuovo mondo sonoro, dove chiarisce il senso di ‘aleatorietà’ del procedimento improvvisativo (alea che prevede tuttavia delle regole). Evangelisti fu nel 1964 tra i fondatori a Roma del Gruppo di Improvvisazione Nuova consonanza, e proprio sul concetto di alea controllata il Gruppo… si sfaldò; avvenne quando il pianista Antonello Neri, alla fine di un concerto, decise di non rispettare le regole, e di non interrompere la sua improvvisazione, prolungandola oltre ogni dire: il gruppo entrò in crisi. Antonello Neri (di cui non a caso ho prodotto l’unico cd di improvvisazione pianistica, intervenendovi personalmente con metacomposizioni ad hoc) è un Autore, oggi scomparso e forse ancora sottovalutato, ma di straordinario interesse.
Giacinto Scelsi, citato nel volume di Matteo Fioretti, approdò ad una visione del suono assolutamente personale, benché di ascendenza dichiaratamente orientale. È sua la seguente bellissima dichiarazione, tratta da un ormai introvabile fascicolo [il numero due del dicembre 1991 della rivista ”i suoni, le onde…” della Fondazione Scelsi]: “Niente stramberie o buffonate con la musica. Gli interpreti sono solo degli strumenti trasmettitori (come io stesso) di qualcosa che è dato ed è più grande di loro. Devono rispettare questo dono e non permettersi nulla che possa essere un gioco personale. Luogo e condizioni devono essere consoni a un rito poiché la musica questo è – anche se (profana) non religiosa”. Le principali opere di Scelsi nascono da improvvisazioni al pianoforte o alle due ondiole che Egli possedeva nel suo studio di Via San Teodoro, a Roma. Trascritte da vari compositori, tra i quali Roman Vlad e Vieri Tosatti, queste musiche furono al centro di una maldicenza sulla loro attribuzione, fortunatamente oggi sopita, basata sul presupposto di sminuire la validità estetica delle improvvisazioni di Scelsi in favore delle loro trascrizione su carta (operazione che prevedeva certo manualità, ma che non era certo sufficiente a rappresentare il complesso della poetica scelsiana).
Il volume di Matteo Fioretti si pone dunque come una bella e godibilissima sintesi di un periodo che ha dato tanto a qualsiasi genere musicale, purché si rinunci a una precoce cristallizzazione delle tecniche. Il libro termina infatti – e opportunamente – con una partitura originale che dimostra l’importanza di attualizzare, introiettare e far vivere, ancor oggi, quelle belle intuizioni, applicandole alle tante declinazioni dei nuovi linguaggi contemporanei.





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