Il 6 dicembre è “volata via” Fiorenza de Bernardi, la prima italiana che guidò un aereo di linea. Aveva 97 anni
Il mondo dell’aviazione piange la scomparsa di Fiorenza de Bernardi. Pilota di linea professionista, la donna aveva 97 anni e si è spenta il 6 dicembre. L’annuncio della sua morte è stato dato da Donne dell’Aria, l’associazione della quale fu anche presidente. De Bernardi era stata, tra l’altro, una delle fondatrici dell’associazione che adesso ne piange la scomparsa. Era nata a Firenze nel 1928. La sua passione per i voli derivò probabilmente da una tradizione di famiglia: il padre era Mario de Bernardi, aviatore e colonnello per l’Aeronautica Militare Italiana. La carriera della donna nell’aviazione iniziò nel 1951, quando ottenne il suo brevetto di volo.
Il Presidente Enac Pierluigi Di Palma, il Direttore Generale Alexander D’Orsogna, il CdA e l’Ente tutto si uniscono al sentimento di cordoglio per la scomparsa di Fiorenza de Bernardi, prima donna pilota di voli di linea in Italia. Il ricordo del Presidente Enac Di Palma ai microfoni di Rai Radio 1: “Fiorenza de Bernardi ha rappresentato la storia non solo femminile del trasporto aereo, ma di tutto il settore”. Un modello di ispirazione per tante ragazze desiderose di intraprendere una carriera nel mondo dell’aviazione civile, e in onore del quale l’Enac ha istituito, nel 2020, il “Premio Fiorenza de Bernardi”, conferito alle più giovani donne pilota italiane in occasione della Giornata internazionale delle donne e delle ragazze nella scienza.
Se ne va una di quelle persone che hanno fatto la storia del nostro Paese sotto tanti punti di vista. Amante della montagna fu un simbolo potentissimo per l’emancipazione femminile. Figlia di Mario De Bernardi, nato nel 1893 a Venosa, in Basilicata, a sua volta pilota militare già dal 1914 fu il primo italiano ad abbattere un aereo “nemico” nei cieli di Verona, meritandosi la medaglia di bronzo al valore militare. Fiorenza, in qualche modo, seguì le orme del padre forte anche di una libertà più unica che rara in quegli anni a cavallo tra il fascismo e il dopoguerra. Si iscrisse a una scuola di roccia a Monte Morra nel ’47 e imparò a scalare e si dedicò a quelli che all’epoca erano veri e propri sport estremi riuscendo a raggiungere le vette del Monte Bianco, l’Ortles e Lavaredo, il Piccolo e il Gran Zebrù e la Marmolada.
Sciava, arrampicava, scalava e sognava una vita tra le baite in montagna ma all’improvviso arrivò il volo. Il padre la face provare per gioco e la giovane si innamorò dell’ebrezza del cielo imparando ogni segreto dal padre, pilota provetto. Nel 1951 il primo decollo da sola, ovviamente di nascosto da tutti, soprattutto dal padre. Seguirono anni di impegno e abnegazione per portare avanti quella passione con tanti, troppi, sguardi e giudizi maschili a cercare di fermarla, momenti di intolleranza, discriminazioni e tutto quanto si può immaginare in un ambiente di soli uomini.
Lei non si fece mai abbattere e andò avanti. Prese i brevetti che poteva finché nel 1967 una compagnia aera, la Aerapli la assunse. De Bernardi divenne la prima donna d’Europa con brevetto e che lavorava in una compagnia civile. Con Aeralpi iniziò a pilotare voli-taxi sulle rotte Venezia-Cortina, Cortina-Milano Linate e Cortina-Bolzano tutti voli tra vallate e montagne che resero Fiorenza una pilota specializzata nel difficile volo in montagna. Nel 1969 venne assunta dalla compagnia aerea Aertirrena 1 e divenne la prima Comandante donna in Italia e nel 1980 venne ammessa a un concorso di Alitalia. Sopravvenne, però, un incidente d’auto che la costrinse ad andare in pensione. Il suo impegno per il mondo del volo e soprattutto per le donne pilota non si è interrotto e nel 1979 ha fondato l’Associazione pilote italiane poi associazione donne dell’Aria.
Oggi Fiorenza de Bernardi è venuta a mancare all’età di 97 anni. ”Figlia dell’aviatore Mario de Bernardi – commenta l’ex governatore del Veneto Zaia – è stata la prima italiana con oltre 6.500 ore di volo, comandante su jet e bimotori. Ha pilotato in ogni condizione e su ogni rotta, dimostrando che il talento non ha genere. Il Veneto ha avuto un posto speciale nel suo cuore. Volava spesso su Cortina d’Ampezzo, atterrando sulla storica pista di Fiames, tra le Dolomiti. “Sogno ancora Cortina. Se riaprono l’aeroporto, ci torno in volo”, raccontava in un’intervista. Il Veneto la saluta con ammirazione e orgoglio. E il saluto viene facile. Buon volo, Fiorenza. Le nuvole oggi ti aspettano a braccia aperte”.
Eppure Fiorenza de Bernardi non è mai andata nell’oblio. Al contrario. Ha vissuto in pieno le stagioni della sua vita. E curato sulle pagine digitale del suo portale web il racconto della sua lunga e bella vita. «Quando cominciai a volare (1951) con mio padre su un piccolo aereo da turismo, non avevo speciali progetti per il futuro. Durante i primi anni volai per sport facendo competizioni in Italia e in altri paesi europei, spesso in coppia con Graziella Sartori. Ebbi anche la fortuna di diventare il copilota di un amico di mio padre, il sig. Robert Goemans, rappresentatnte della Piper in Europa e Africa di quel periodo.Approfittai del permesso che l’Aeronautica Militare dette ad alcuni civili (già con una certa esperienza collaudata) per frequentare un corso di strumentale basico alla scuola militare di Alghero (1966), presi lezioni da istruttori dell’Alitalia e, dopo aver superato gli esami di navigazione, aerotecnica, metereologia, medicina aeronautica ecc., ottenni il brevetto commerciale. Così potei essere assunta dalla Aeralpi nel gennaio 1967 divenendo la prima pilota di linea in Italiana (e quarta o quinta nel mondo). I piloti della Aeralpi mi osservavano con diffidenza ma poi divennero i miei sostenitori e grandi amici. Con Aeralpi facevamo Cortina, estate e inverno con bimotore canadese “Twin Otter“. Abbiamo anche volato per Alitalia con biglietti AZ e passeggeri AZ che spesso chiedevano, per il volo successivo, di volare ancora con me. Quindi sono la prima ad aver volato per la compagnia di bandiera, che però non si decideva a fare un contratto regolare ad una donna. Nel 1969 fui assunta da Aertirrena e divenni la prima Comandante donna in Italia. Facevamo voli taxi, una delle attività più complete perchè cambi itinerari e nuove rotte da un momento all’altro. In questo periodo fui spedita a Mosca per un corso sul jet: lo Yak 40, un trimotore russo che divenne la mia seconda casa; tre motori, capace di atterrare anche su neve e terra battuta. Il proprietario di Aertirrena ne comprò tre con base Firenze Peretola. Facevamo linee regolari, charter e voli dimostrativi come quello in australia, dove siamo stati un mese intero percorrendola in lungo e in largo. Fu un viaggio interessantissimo anche lungo il percorso per arrivarci: India, Afganistan, Kuala Lumpur, Bali, Timor…..Abbiamo volato anche come Olympic in Grecia portando i loro passeggeri da Atene alle isole dell’Egeo.Le linee regolari da Firenze erano per Roma, Milano, Bologna, Albenga. Anni prima ero anche diventata Pilota di volo a vela, uno sport davvero affascinante, poi, negli anni di voli di linea, feci anche il corso di volo in montagna diventando la prima pilota donna in Italia con licenza di Pilota di ghiacciai, un’esperienza incredibile. Tutto questo lo devo ai miei genitori, ai quali sarò sempre grata per la libertà delle mie scelte. Fin da ragazza ho potuto fare campeggi con gli amici, roccia e sci in montagna, e poi i miei voli in un modo diverso e particolare. Nel 1980 ottenni di fare un corso con l’Alitalia per il DC8, un grosso quadrimotore molto interessante. Nel frattempo Aertirrena era diventata Avioligure e con base a Fiumicino si volava per l’America e l’Africa. Quando questa nuova società dovette chiudere tornai sullo Yak 40 (Cadabo) fino a quando ebbi un terribile incidente in automobile. Questo, purtroppo, mi costrinse ad andare in pensione un paio di anni prima del previsto.Ho fondato l’Associazione Pilote Italiane, diventata ora Associazione Donne dell’Aria (ADA) della quale fanno parte anche le paracadutiste, direttori di aeroporti e tutte le donne che fanno parte dell’aviazione. Sono vice-presidente della Federazione Pilote Europee e membro delle 99 (un’associazione a quale appartengono tutte le pilote del mondo) e sono membro ISA (Associazione Internazionale delle Pilote di Linea).
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Fiorenza De Bernardi era l’unica figlia di Mario De Bernardi e Maria Vittoria Falorsi ed è stata la prima donna pilota di linea commerciale. Suo padre era nato nel 1893 a Venosa, in Basilicata. Appena maggiorenne, si arruolò volontario nell’esercito durante la Guerra Italo-turca, tornato in patria e conquistato dai primi voli aerei decise di passare all’Aeronautica militare e di conseguire il brevetto di pilota, che ottenne nel 1914. Nel 1916 fu la volta della licenza di Pilota Militare nella nascente Aeronautica militare. Durante la Prima Guerra Mondiale fece parte del Secondo Reggimento Piemonte della Reale Cavalleria; riuscì a far parte anche della 75ᵃ squadriglia di caccia. Fu il primo italiano ad abbattere un aereo “nemico” nei cieli di Verona, meritandosi la medaglia di bronzo al valore militare. Nel corso della sua vita vinse, inoltre, numerose gare internazionali. Morì a Roma nel 1959 per un infarto durante un’esibizione aerea.
La madre di Fiorenza, Maria Vittoria Falorsi, fiorentina, era stata una crocerossina nella Prima Guerra Mondiale, durante la quale conobbe Mario. Sposato l’aviatore, lo seguì nei suoi vari spostamenti professionali. Poiché vivevano vicino agli aeroporti, Maria Vittoria – come ricorda la figlia – sapeva riconoscere ogni aereo dal rombo del motore e, quindi, era in grado di capire quando il marito atterrava. Nella sua famiglia primeggiava anche la figura di nonna Ida, un’insegnante che sapeva a memoria tutta la Divina Commedia e che aveva scritto romanzi come Cuore dei Ragazzi che, a dire dei nipoti, era superiore al libro Cuore di De Amicis.
All’epoca non era d’abitudine lasciare girare le ragazze liberamente, specie se figlie uniche, ma Fiorenza poté godere di questa libertà. Infatti, fin dall’età di 15 anni i suoi genitori la lasciarono libera di compiere le sue scelte e lei stessa ha sempre affermato di aver avuto un‘infanzia da favola. Spesso andava con gli amici a fare campeggio in montagna o al mare e rimaneva fuori anche quindici giorni di seguito. Grazie a questa libertà – e agli insegnanti del Liceo francese Chateaubriand di Roma che frequentava – la ragazza poté coltivare un grande gusto per l’avventura e praticare molti sport estremi. Dopo la guerra, nel 1947, Fiorenza decise, insieme ad un’amica, di iscriversi a una scuola di roccia a Monte Morra, sui monti laziali. Un’esperienza che fece sorgere in lei la passione per le scalate. Dopo Monte Morra ci furono tante altre vette: Monte Bianco, Grandes Jorasses, cime dell’Ortles e Lavaredo, vetta Walker, del Piccolo e Gran Zebrù. Affrontò anche arrampicate estive e sciate invernali sulla Marmolada e in Val Gardena.
Il suo sogno era, inizialmente, lasciare gli studi e vendere panini in una baita sulle Alpi, ma un evento cambiò il suo destino. Infatti un giorno, per curiosità, chiese a suo padre se poteva provare a volare con lui su un aereo, visto che non ne aveva mai avuto l’occasione. Si può dire che questo momento sia stato l’inizio di una passione che fu difficile da scoprire, anche perché, come lei stessa ha affermato, i primi voli li fece più che per passione per curiosità e divertimento; solo in seguito si accorse che pilotare un aereo le piaceva. Il suo istruttore di volo fu suo padre e, come anche lei racconta in diverse interviste, fu il maestro più bravo, ma allo stesso tempo il più severo. Infatti egli, per istruirla al meglio e formarla a gestire ogni imprevisto, la faceva volare coprendole un sensore alla volta (altitudine, velocità, etc.), cosa che rendeva il volo molto più complicato, soprattutto in fase di atterraggio e decollo. Dopo diversi mesi di addestramento, senza il permesso del padre, decise di provare a volare da sola. Come racconta lei stessa, si inventò una scusa (sarebbe dovuta andare a volare con un amico di suo padre) per evitare che si preoccupasse per lei, ma soprattutto per evitare che le impedisse di fare ciò che era destinata realmente a fare. Dalle sue parole apprendiamo come quel volo sia stato fondamentale per la sua carriera. Dopo essere decollata con il suo FL3 nei cieli di Roma, racconta di come fosse una giornata splendida e delle sensazioni indescrivibili che ebbe lassù, con la compagnia eccezionale di un falco che volava proprio sopra al suo velivolo.
Si può dire che questo volo, avvenuto nel 1951, abbia sancito l’inizio della sua brillante carriera come pilota. Negli anni successivi maturò esperienze in diversi settori, fino al momento in cui riuscì a frequentare una serie di corsi per ottenere il brevetto da pilota. Primo fra tutti fu il corso per civili di strumentale basico nella base militare di Alghero nel 1966. A questo primo corso ne seguirono altri, fra cui alcune lezioni con diversi piloti di Alitalia, lezioni di meteorologia, aeronautica, medicina aeronautica, tutte discipline delle quali superò gli esami. Nel 1967 una compagnia aerea del Nord Italia, la Aeralpi, la assunse e divenne così la prima donna d’Europa non solo ad avere il brevetto di pilota, ma anche a lavorare in una compagnia aerea. Apprendiamo da diverse testimonianze, che il rapporto con i suoi colleghi non fu facile in quel periodo; gli altri piloti, tutti uomini, la guardavano con disprezzo e non la consideravano più di tanto. Nonostante questo, Fiorenza riuscì a dimostrare ancora una volta la sua caparbietà e la sua bravura, creando le basi per diventare un idolo per moltissime ragazze. Aeralpi iniziò ad operare con voli-taxi sulle rotte Venezia-Cortina, Cortina-Milano Linate e Cortina-Bolzano, per poi estendere la propria offerta di voli di linea e charter principalmente in Italia. In questo periodo Fiorenza riuscì a perfezionare il suo volo in montagna, diventando una bravissima pilota e prendendo pure il brevetto di pilota di montagna. Gli aerei impiegati erano canadesi, i Twin Otter. La loro portata era di venti persone o 1959 Kg e, come apprendiamo da Fiorenza, molti quando salivano sul velivolo chiedevano di poter cambiare volo nel momento in cui si rendevano conto che la pilota era una donna, mentre altri rimanevano talmente colpiti dall’andamento del viaggio, che alla fine le chiedevano di poter fare la tratta di ritorno con lei. Nel 1969 venne assunta dalla compagnia aerea Aertirrena 1 e divenne la prima Comandante donna in Italia. Anche in questo caso lavorò nell’ambito dei voli taxi di collegamento tra Firenze, Genova e l’Isola d’Elba; solo successivamente, con l’acquisto del trimotore russo YAK 40, il raggio d’azione si estese. Nel 1980 Fiorenza venne ammessa a un concorso di Alitalia per il DC8, un grosso quadrimotore molto interessante dal punto di vista tecnico e pratico; ma proprio quando la sua carriera stava per avere la svolta più importante di tutte, un bruttissimo incidente d’auto la costrinse ad andare in pensione un paio di anni prima del previsto. Sulla sua vita privata si sa che incontrò suo marito proprio nell’ambiente dell’aviazione, ma successivamente si separò e non ebbe mai figli. In un’intervista recente ha dichiarato di essere a terra dal lontano 1985, soprattutto perché odia essere portata su un aereo da passeggero e non da pilota, e che le manca il brivido di salire su un aereo e pilotarlo. La sua esperienza l’ha convinta a fondare nel 1979 l’Associazione Pilote Italiane, diventata ora Associazione Donne dell’Aria (ADA) della quale fanno parte anche paracadutiste, direttrici di aeroporti e tutte le donne che ruotano nell’ambito dell’aviazione. È, inoltre, vice-presidente della Federazione Pilote Europee e membro delle 99 (un’associazione alla quale appartengono tutte le pilote del mondo), nonché membro ISA (Associazione Internazionale delle Pilote di Linea).
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Ecco uno dei più bei ritratti/intervista a Fiorenza de Bernardi pubblicata su “il Foglio”
Una delle risorse incommensurabili di Roma sono le anziane. Altro che sciuraglam milanese, è nella capitale che allignano le dame più fantastiche. “Venga al Panamino! Ci vediamo lì, che io mangio qualcosa”. La pilotessa pranza al bar. Via Panama, Parioli-lussureggianti, edifici da Bauhaus romanordista. Hogan e cotonature come argine al degrado. È stata la prima comandante di linea d’Italia, Fiorenza de Bernardi. Nata nel ‘28, figlia dell’asso dell’aviazione Mario. “Màngiate qualcosa!”, mi dice, sta seduta con una sua amica, “ma io mica ascolto, fate finta che io non ci sto”, dice l’amica, più pischella, sugli ottanta. “Che voi sapè?”, chiede de Bernardi, al sole. Intanto come la devo chiamare. Comandante? “Fiorenza”.
Poi comincia. “Iniziai a volare nel 1951 con mio padre, su un piccolo aereo da turismo. In realtà non ci pensavo per niente. Facevo l’Accademia di Belle arti. Il mio sogno era andare a vivere in montagna, sulle Dolomiti. Un giorno un amico di mio padre mi fa fare il primo volo sul suo grosso aereo militare. Quando sono scesa gli ho detto: che aspetti a famme fa’ il corso?”. Pure l’aeroporto di Pratica di Mare, quello di Berlusconi con Putin, si chiama de Bernardi. L’hanno intitolato a suo papà. “Ci ho festeggiato i miei novant’anni”. Invece sul palazzo di casa gli hanno messo pure una targa. “Ci annamo dopo. Mangia qualcosa, prenditi un caffè, bello”. L’amica si mette al sole, chiude gli occhi.

In volo con papà: dopo quel volo il comandante Fiorenza de Bernardi non ha più smesso. “Approfittai del permesso che l’Aeronautica militare dette ad alcuni civili già un po’ pratici di frequentare un corso alla scuola militare di Alghero nel 1966. Poi presi lezioni da istruttori dell’Alitalia e, dopo aver superato gli esami di navigazione, aerotecnica, meteorologia, medicina aeronautica, ebbi il brevetto commerciale. Così potei essere assunta dalla Aeralpi nel gennaio 1967 divenendo la prima pilota di linea in Italia (e quarta o quinta nel mondo)”. Che rotte faceva? “Con Aeralpi facevamo il Milano-Cortina e il Venezia-Cortina, estate e inverno con bimotore canadese Twin Otter (il comandante de Bernardi nomina sempre l’aeromobile in questione, come dire una Panda o una Ritmo). Ma Venezia-Cortina non è vicinissimo? “Eh, ma sempre ce dovevano annà”. E chi c’era su questa rotta? “Tanti. I Savoia. “Gabriella!”. “E Maria Beatrice!”. “Poi il cantante di Stasera mi butto, come si chiamava?” “Rocky Roberts”, dice l’amica, che sta a occhi chiusi e non dice una parola, ma interviene alla bisogna.
“L’aeroporto di Cortina era piccolo piccolo, arrivavi al Passo Giau, giravi a sinistra, poi chiamavi, e a Cortina c’era uno dentro la stazione, di legno, guardava dalla finestra, ti diceva se il campo è libero o no, e poi scendevi”. Si entusiasma. “Sai io son stata pure la prima a fa l’atterraggio sul ghiaccio”. E com’è l’atterraggio sul ghiaccio? “Beh, vabbè, è l’opposto della pista. Devi dare completamente motore perché devi atterrare in salita”. Perché in salita? “Beh, che fai, atterri sul ghiacciaio in discesa?” (tempi comici perfetti, da Alberto Sordi, da Verdone). E poi non scivoli indietro? Lei scuote la testa. “Te metti di traverso”, dice l’amica, che non si capisce se è anche lei una pilotessa. “Che belli i voli di montagna. Una volta si è chiuso tutto il cielo e siamo rimasti bloccati” dice il comandante. “E’ come in barca a vela, che ti devi portare le cose necessarie, Nescafé, scatolette. Così abbiamo fatto l’igloo. Abbiamo fatto tanti mattoncini di neve uno sopra l’altro, in un cerchio sempre più piccolo”. Ma attorno all’aereo? “Ma quale aereo? Fuori, per dormire”. E non potevate dormire nell’aereo? “Ma te congeli, invece nell’igloo col sacco a pelo stai bene” (l’amica pensa chiaramente che io sia un fesso). “Che bello. Lontano dalla gente, da tutto”.
Che ne pensa la pilotessa di questi politici di oggi che vanno in Cina in economy per risparmiare? “Guarda, io so’ de destra”, premette. Ok. E poi. “Ma che te devo dì, se c’è la classe economica che vadano in economica”. Non raccoglie. Insomma, com’era essere l’unica donna pilota in Italia? Aveva secondi piloti maschi o femmine? “Tante volte maschi”. Non si ribellavano? “Ai primi tempi. A Linate, mi ricordo, manco buongiorno, proprio nun me salutavano. Allora gli dissi: ragazzi, guardate che io qua sono e qua rimango. Quindi capirono, e si adattarono”. Non c’era il MeToo? “Mi che?”. Ultimamente vola? “Da passeggera no, non mi piace”. “A un bel momento chiudi. Non mi va di farmi ‘er giretto sopra Roma”. O pilota lei o niente.
Lei ha fondato l’Associazione pilote italiane, diventata ora Donne dell’aria, della quale fanno parte anche paracadutiste, direttrici di aeroporti e insomma tutte le donne dell’aviazione. Ed è vicepresidente della Federazione pilote europee e di un’infinità di altre associazioni. “Mi chiamano sempre ai raduni, mi invitano. Adesso c’è una riunione, tra un paio di giorni, ci vado, si chiama The Old Flying Chicken, le vecchie galline volanti. E’ un pranzo di tutte le hostess in pensione, quello ci vado sicuro”. Ma è stupendo, voglio venirci pure io dalle vecchie galline volanti. “E vieni. Lo fanno a Casalpalocco”.
“Una delle poche copilote donne era Graziella Sartori, con cui siamo state pure da Umberto in esilio. Con un Aermacchi 318”. Come mai? “Il braccio destro del re era stato compagno di volo di mio padre, quindi ci hanno invitato, siamo andati a colazione”. Vabbè, vogliamo tutti i dettagli. Com’era il re in esilio? “E come doveva essere?”, ripete la domanda. “Che poi dice che a villa Italia ci hanno fatto un albergo”, scuote la testa. Indignazione. “Lo dice una signora che viene sempre a prendere il caffè qui. Fa la gioielliera. Dice che adesso va in pensione e si trasferisce a Cascais pure lei”. Certo, c’è questa legge per non pagar le tasse per dieci anni. “Mah”.
Insomma il re? Com’era? Triste? “Beh triste triste no. Non è che se metteva a piangere”. “Con noi era stato molto carino”. “Poi siamo andate a cavallo con le figlie, con Gabriella, con Maria Beatrice”. Il Papa l’ha mai portato? “No, mai”. “Perché io con l’Alitalia ufficialmente non ci ho mai volato. Ho volato per quell’altra società”. “Come se chiamava?” “Airtirrena”, dice la sua amica suggeritrice. “Ecco, Airtirrena, così son diventata la prima pilota commerciale italiana”.
L’amica se ne va. “Essendo la prima donna, dovevi proprio studiare delle regole nuove, per esempio, se rimani incinta fino a che mese puoi volare? Le regole le abbiamo un po’ inventate noi, così abbiamo deciso che si può volare fino al quinto mese”, dice il comandante. E incidenti? “Mah, una volta, ancora con mio padre, nel ’53. Ci ha piantato il motore. Stavamo volando sopra la tomba di Garibaldi al Gianicolo, mio padre è riuscito a stallarlo, nun s’è rotto manco il carrello, pensa un po’, uno stallo perfetto. Però il castello motore si è piegato in avanti e siamo schizzati fuori tutti e due. Mi ricordo che c’era un contadino che tagliava l’erba e fece una faccia stravolta. Io mi son rotta le calze”.
Beh, poco danno. “Sì ma mica nell’incidente”. “Piuttosto, scavalcando una rete per entrare in casa di uno e cercare un telefono, per telefonare, mica c’erano i cellulari”. “Io pure ci ho questo piccoletto – e caccia un Nokia tipo 3310 – mica voglio quelli che te scrivono tutto, quelli che ti arriva tutto”. Gli smartphone. “Ecco”. Incidenti veri però mai? “Una volta senza passeggeri, son finita sott’acqua capovolta, poi ho fuoco a bordo, poi motori piantati. Mai un graffio. Lo vuoi sape’? In macchina, invece, con la mia Panda, ho chiuso gli occhi un secondo, so’ andata a sbattere, trentaquattro fratture, ospedale a Latina”. Lo dice come se fosse ieri. Quand’è stato? “Ottantacinque”. Quindi è vero che è più sicuro l’aereo. “Beh, gli aerei almeno te controllano sempre, ogni volta, le macchine mai. Dovrebbero cominciare a togliere la patente ai ragazzini che guidano embriachi”. E gli anziani? “Ah, io guido benissimo”.
E dove va? “All’Urbe. Tutte le mattine”. E’ il suo aeroporto preferito (’ l’aeroporto piccolo di Roma, quello dei voli privati, accanto alla ex sede di Sky). Va a vedere gli aerei? “Ma de che. Ho la gatta”. Quale gatta? “La mia gatta. E’ nata là, ha sempre vissuto lì, dorme dentro gli hangar, io mica la posso togliere”. Il comandante de Bernardi è molto animalista, ha anche degli animali in un altro rifugio fuori Roma che va ad accudire quando può. Figli niente. Non ne ha voluti, “perché son del parere che se li fai poi ci devi stare”. Sposata con un pilota, poi separati, poi è morto”. Sempre stata libera comunque. “Famiglia piemontese, di Saluzzo, c’è ancora una vecchia casa col giardino intorno, mio nonno era magistrato, girava l’Italia, i figli son nati dappertutto. Mia zia è nata a Napoli, mio padre a Venosa. Da ragazza fatto in autostop da Londra fino in Scozia, prendevo il sacco a pelo e partivo: devo ai miei tutta la mia libertà”.
Ma insomma, mai un momento di paura a bordo? Mai. Le racconto allora che io ero terrorizzato dal volo e ho fatto anni fa il corso dell’Alitalia per gli ansiosi. “Ah bravo!”. Son due giorni, il primo si fa la teoria. Ti spiegano tutti i rumori che senti, ti fanno fare il simulatore. “Ah, quello lo usavo pure io, er Dc8”. “E ciai ancora paura?”. No, è stato molto utile. E’ stata anche una delle esperienze più divertenti della vita, il secondo giorno con la squadra degli ansiosi, tra cui molti che non hanno mai preso l’aereo in vita loro, si fa un Roma-Milano, merenda a Linate e ritorno a Fiumicino, in mattinata. Con gente che prega, altri che svicolano dal metal detector, altri con giganteschi amuleti: tutti su un normale volo di linea, ma con comandanti-psicologi che ti tengono la mano (e i passeggeri ignari che non capiscono dove sono capitati).
Al corso mi avevano insegnato che i pericoli che si vedono al cinema non son veri, come per esempio un foro di proiettile che buca la carlinga, non succede niente, non è che precipita. “Ma quale proiettile?”. Eh, se qualcuno spara. Come nei film, “Ma perché ci dev’esse lo sparo?”, chiede. “Ma chi te deve sparà?”. Vabbè. Niente. E cos’è più difficile per un pilota? “Se devi fa’ le acrobazie, le acrobazie. Se devi fa’ i voli normali, l’atterraggio, ecco”. “Ma spostati un po’, che te còci, stai in pieno sole!” (è una bella giornata, l’ottobrata romana). “Vuoi mangià qualcosa?”. No, grazie, comandante. Pausa. “Vuoi vedere la targa?”. Andiamo.
Attraversiamo le strisce. Le passanti la omaggiano. Lei ha una borsa della spesa, in romano una busta. “Me so’ comprata i funghi, vedi”. Sulla targa, apposta al palazzo nel 2005, c’è una frase. “A Mario de Bernardi. Che dell’ala fa l’emula della folgore”. E’ D’Annunzio. “Sì”, lei non sembra molto interessata. “Conosceva papà”. Saliamo a casa, lei non sarebbe tanto per la quale, ma io son curioso, voglio vedere i cimeli, mi sento un po’ uno di quelli delle bollette finte che truffano le anziane. Andiamo all’attico, si vede tutta villa Ada. “Qua quando siamo venuti noi nel ‘34 non c’era niente, era tutto bosco”, dice. Arriva una gatta grigia bellissima. “Si chiama Grey”. Ma è quella dell’Urbe? “Ma de che, quella sta all’aeroporto”.
Alle pareti tante foto con nipoti (“so’ belli, sì”, e chissà che fico avere una zia pilotessa come lei). Foto di gatti, e cani. Uno scaffale intero di album di foto per annata e temi. Ordinatissimi. Scritte: “Australia”; “voli di linea”; “Boeing”; “raduni”. “Amburgo”. Apriamo. “Bello lo Yak eh”. Lo Yak non è un gatto ma il suo aereo preferito, “trimotore russo, capace di atterrare anche su neve e terra battuta. Aertirrena ne comprò tre con base Firenze Peretola.
Abbiamo fatto un viaggio dimostrativo in Australia, un mese intero volando da India, Afghanistan, Kuala Lumpur, Bali, Timor”. “E poi ci portavamo la Fiorentina, eccola qua”, ecco in una foto la squadra, i giocatori, e lei, naturalmente, ai comandi. Altre foto, il primo raduno mondiale di pilote di linea, fotografate di fronte al Quirinale, 1988. “l’avevo organizzata io”. Una vetrinetta con targhe e onorificenze di tutti i generi. Quella di Commendatore della Repubblica, firmata Giorgio Napolitano. “Commendatore” dice. Pausa. “Me dovrei fa crescere i baffi”. Visita alla Boeing, a Seattle, anni Settanta; annotazione a biro, stinta. “Viaggio di piacere”; si vede una festa di pilotesse sorridenti abbracciate a dei maschi nerboruti americani. “I piloti si facevano le foto abbracciati a delle belle ragazze, e noi non potevamo farlo coi bei ragazzi?”. Viene subito da pensare che saranno pochi ancora in circolazione di quella gioventù aeronautica. Però dev’essere stato veramente bello.

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