Vladimir Putin: profilo di uno Zar alla luce della guerra in Ucraina


(Questo articolo fu pubblicato sul portale Geopoliticalcentergeopoliticalcenter.com – il 18 dicembre 2018. A rileggerlo ora sembra preveggenza. Ecco il motivo per il quale ve lo riproponiamo.)


Chi è veramente Vladimir Putin? Per capirlo non basta guardare i telegiornali delle nostre reti tradizionali, la BBC, o i documentari entusiasti di RT.
Per capire veramente chi sia Vladimir Putin dobbiamo risalire alla sua storia, pubblica e privata, analizzare le sue reazioni alle situazioni di stress, osservare quando è più incline al negoziato e quando al confronto, ma più di tutto capire quanto è disposto a rischiare in termini personali e collettivi quando ritiene in pericolo interessi assoluti della nazione russa: ecco cosa proveremo a fare in questo nostro post di analisi dedicato al Presidente di tutte le Russia, lo Zar Vladimir Putin.
Per capire chi è Putin non inizieremo dalla sua infanzia, anche se poi questa parte della sua vita sarà citata in questo nostro scritto. Inizieremo invece dal suo periodo di servizio come ufficiale del KGB in Germania.
Putin arrivò in Germania alla metà degli anni 80, parlava già un buon tedesco, nei mesi successivi divenne molto fluente nella lingua locale e un punto di riferimento per il collegamento tra la polizia per la sicurezza dello stato tedesco orientale (STASI) e il KGB. I suoi compiti in Germania erano quelli di aiutare, ed allo stesso tempo controllare, gli alleati della DDR e prevenire le attività straniere occidentali sul suolo tedesco e in particolare nell’area di Dresda.
All’epoca Putin aveva il grado di maggiore e assistette impotente al crollo dell’impero sovietico e alla dissoluzione del patto di Varsavia. Nei giorni tumultuosi dell’ottobre/novembre 1989, mentre la cortina di ferro collassava, a Dresda una folla inferocita minacciava l’area abitativa speciale dove risiedevano i militari russi e gli uomini della STASI. Temendo una possibile giustizia sommaria dei rivoltosi, che potesse anche mettere in pericolo le famiglie dei militari russi ivi residenti, Putin chiese aiuto alla guarnigione meccanizzata sovietica di stanza a Dresda. La risposta che gli arrivò dal comandante lo segnò per tutta la vita: “Compagno Maggiore, se Mosca mi desse l’ordine di uscire con i carri per difendervi mi muoverei in pochi minuti. Purtroppo Compagno Maggiore da Mosca arriva solo silenzio”.
Da Mosca arriva solo silenzio. Mosca taceva, non agiva, non sapeva cosa fare e nei fatti metteva in pericolo i suoi uomini in Germania, le loro mogli, i loro figli.
Putin non perdonerà mai a Gobaciov questo silenzio ed è questo choc ricevuto negli anni ottanta che segna una volta per tutte Vladimir Putin: Mosca non dovrà più restare in silenzio durante una crisi, e con lui al potere sarà così; costi quel che costi.
Ma la vita di Putin ha subito già altre dure prove, fin dalla tenera età. Una famiglia segnata dalla guerra e dalla morte dei due suoi fratelli maggiori per malattia, uno dei quali proprio durante un assedio delle truppe tedesche che cercavano di conquistare la parte europea dell’Unione Sovietica.
Una vita focalizzata a poter essere un protagonista dei servizi di informazione e sicurezza sovietici, la volontà di primeggiare nelle arti marziali, la determinazione ad imparare la lingua tedesca e a lavorare nella terra che nel 1940 pose le basi per una guerra costata all’URSS milioni di morti.
Dopo la débâcle in Germania, Putin si mette in politica a S. Pietroburgo. La sua scalata al potere è rapidissima. Da S. Pietroburgo ai vertici dell’FSB (ex-KGB), da lì al governo della Russia sotto Eltsin, quindi Primo Ministro, subito dopo Presidente facente funzioni e alle elezioni Presidente della Russia.
È da quel giorno che chi vi scrive segue quasi quotidianamente Vladimir Putin. Lo ha seguito nel suo primo viaggio da facente funzioni di Presidente. Doveva recarsi in Cecenia come primo ministro, ma pochi giorni prima Eltis, sotto sua stessa pressione, si era dimesso.
Le truppe in Cecenia erano allo sbando, vittime di quel silenzio di Mosca che Putin aveva sulla sua stessa pelle provato nel 1989. A quel tempo, mentre la folla stava per assaltare gli edifici del KGB, e Mosca non riusciva a difendere i suoi uomini, Putin da solo uscì ad incontrare la folla. In uniforme, parlando un tedesco perfetto, disse ai manifestanti che quello era suolo sovietico, e che se avessero violato quel perimetro il personale russo avrebbe aperto il fuoco, anzi che l’ordine era già stato impartito da lui stesso.
In Cecenia nell’agosto del 1999 vide le truppe scoraggiate, disorganizzate, il cui destino era nelle mani di ufficiali che agivano per istinto e per paura, senza coordinamento e senza i mezzi per vincere una guerra urbana che era ormai un quotidiano stillicidio di morti e feriti russi, che in patria causavano malcontento e fomentavano l’odio verso il governo, nonché la sfiducia verso lo stato.
In Cecenia si combatteva non solo una guerra, ma la stessa sopravvivenza della Russia come stato indipendente e come potenza nucleare globale.
Dinnanzi a questo rischio assoluto per la nazione e ricordando il silenzio di Mosca del 1989, Putin non è stato in silenzio. Ora lui era Mosca e Mosca ha ordinato ai suoi uomini di attaccare a Grozny utilizzando ogni arma a disposizione, lecita e meno lecita, autorizzata o meno dalle convenzioni internazionali.

L’obiettivo non era la conquista di una città, l’obiettivo era la sopravvivenza della Russia sotto forma di nazione indipendente. In caso di sconfitta in Cecenia, oppure anche solo se la guerra si fosse trascinata senza progressi evidenti, in Russia sarebbe nato un movimento di contestazione violenta che avrebbe trascinato il paese nel caos e nell’anarchia.
Ma in Cecenia Putin, e con lui la Russia, aveva parlato e aveva vinto. Per il presidente davanti alla prospettiva di un secondo mortale collasso della nazione, a 10 anni di distanza da quel 1989, ogni cosa era giustificata. A Grozny le vittime civili sono state decine di migliaia, uccise dalla spietatezza di chi si ostinava a combattere casa per casa, e dall’impiego da parte dei russi dei bombarabmenti a tappeto con le artiglierie e l’utilizzo di aggressivi chimici.
Dopo la Cecenia Putin ha proseguito la sua carriera impiegando, come sempre fatto dal 1994 in avanti, una tattica che includeva l’utilizzo “bellico” o “politico” dell’informazione (stampa, tv poi internet) e delle informazioni su amici, nemici, oppositori e sostenitori.
È in questo periodo di tempo che si forma il modus operandi del capo del Cremlino, il quale però non è ancora uno Zar e che vede avvicinarsi il momento di passare il testimone della presidenza a Dimitri Medvedev.
Negli anni della presidenza Medvedev, la Russia subisce ancora una volta l’iniziativa occidentale. Gli Stati Uniti si ritirano dal trattato ABM (Anti Ballistic Missile), e la Russia di Medvedev è incapace di reagire. Putin rimane focalizzato sulla politica interna e cerca di limitare l’influenza degli oligarchi nella politica nazionale, e di scovare ed eliminare gli agenti stranieri presenti nell’apparato statale russo.
Terminata questa fase, ed eliminate tutte le resistenze interne nei cosiddetti “poteri forti”, Putin si è ripresentato alla presidenza e ha dovuto fronteggiare la crisi mediorientale e simultaneamente la rivoluzione antirussa a Kiev.
Ed è nella rivoluzione di Kiev, e nelle settimane successive al “Maidan”, che la personalità e la volontà di Putin si sono materializzate proprio in Ucraina. Putin ha risposto ad un attacco “ibrido” di una rivoluzione eterodiretta, come fu il Maidan, con un attacco “ibrido” ma supportato direttamente e indirettamente dalle forze militari regolari, e badate bene anche strategiche, della Federazione Russa. Il primo atto fu la conquista dei luoghi chiave della Crimea: i palazzi del potere, le basi militari, i servizi di comunicazione, porti ed aeroporti. La strategia russa prevedeva l’utilizzo di plotoni delle forze speciali, senza insegne sulle divise (i gentili omini verdi), contando sulla disorganizzazione ucraina e l’etnicità in gran parte russa delle popolazioni residenti in Crimea.
Ma c’è un aspetto poco divulgato, che riteniamo necessario ribadire. In quei giorni un unico fattore poteva far naufragare il progetto di annessione della Crimea pensato da Putin tra le foreste di San Pietroburgo: questo fattore era un intervento straniero. E per evitare un intervento straniero Putin ordinò in quei giorni che le forze nucleari strategiche fossero poste in stato di massima allerta e pronte ad intervenire in caso di necessità.
Putin era pronto ad usare le armi nucleari per difendere il suo “diritto” a possedere la Crimea. Se la risposta è sì, è in quel momento che a Mosca è nato uno Zar. Lo Zar per definizione ha potere di vita e di morte verso i suoi sudditi e può disporre con la sua sola volontà di portare il paese in guerra anche se devastante.
Secondo la nostra opinione Putin era pronto ad utilizzare le armi atomiche se i britannici o gli americani fossero intervenuti in Crimea.
Siamo convinti che la nostra ipotesi sia corretta, e siamo rinforzati su questa nostra posizione avendo notato quali armi il Cremlino, la Russia, e cioè Putin ha ordinato di costruire. Queste armi sono: un drone subacqueo con propulsione nucleare, autonomia infinita e una testata di 50 Megatoni, un missile da crociera, supersonico, sempre a propulsione nucleare, e con una testata da 1 Megatone, nuovi ICBM a testata multipla, nuovi missili ipersonici sempre con capacità nucleari.
Questa analisi deve essere tenuta presente quando nei prossimi giorni ci troveremo forse dinanzi alla domanda di alcuni governi occidentali sulla necessità di intervenire in Ucraina contro la Russia.
Sì perché in questa fase la Crimea russa muore, nonostante il nuovo ponte che la unisce alla madrepatria, assetata dalla chiusura del canale del Dniepr che la riforniva dagli anni ’50 dell’unico bene primario di cui è carente: l’acqua per l’agricoltura, per l’industria, per le città.
E la domanda finalizzata all’intervento occidentale in Ucraina si deve porre anche perché Kiev stessa potrebbe essere interessata ad una guerra aperta con la Russia prima delle elezioni europee di maggio e nel timore dell’arrivo al potere in Gran Bretagna di Corbyn e del suo partito laburista.
La zona compresa tra il Mariupol e Donetsk, e tra Mariupol e la Crimea è una enorme polveriera che subirà in maniera decisiva il modus operandi di Putin, indipendentemente dal fatto che possa essere la Russia o l’Ucraina ad accendere la miccia della polveriera in questione.
Putin ritiene oggi che l’Ucraina sia una futura testa di ponte della NATO, da utilizzare per ridurre in maniera significativa la capacità di deterrenza delle forze strategiche russe.
Se questa è la visione russa dell’attuale Ucraina, Putin la ritiene una minaccia vitale all’indipendenza e al concetto integrale di sovranità della Russia.
Putin ritiene che la sovranità e l’indipendenza di Mosca siano in pericolo, non importa se ciò è vero oppure no, importa il fatto che la Russia, e cioè lo Zar, lo pensano.
Se ci sarà un conflitto in Ucraina e l’Occidente interverrà direttamente a fianco di Kiev, bisogna considerare il fatto che Putin possa fare ricorso, come a Grozny, a tutte le armi a sua disposizione, perché è la Russia ad essere in pericolo e perché Mosca, la Russia, lo Zar non starà in silenzio e non lascerà i suoi uomini in balia del nemico.
Il fatto che Kiev abbia dichiarato la legge marziale, mobilitato la riserva, posizionato l’80% delle sue forze intorno alla Crimea ed a est del Dnierp, non scoraggia Putin, ma lo mette davanti al dovere di proteggere la nazione.
Il Putin che vi abbiamo descritto, non è il presidente formale di una nazione borghese, ma il fanciullo che ha assaporato i frutti amari della seconda guerra mondiale, il ragazzo che ha lottato per diventare un agente per la sicurezza dello stato, l’uomo che fu tradito dai politici nel 1989 e il Primo Ministro che osservava l’Occidente ordinare a Eltis ogni mossa che la Russia doveva mettere in atto. È questo Putin, questo Zar, che oggi abbiamo davanti a noi, non dimentichiamolo mai.

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