Paolo Crepet: «Spegnete i cellullari per non rincretinirvi ancora di più».

di mirella militovic |


A più riprese e da tempo, con libri, interventi in convegni, dibattiti e in tanti altri modi uno dei più noti psicoterapeuti italiani, Paolo Crepet, affronta il tema dei social e del pericolo che essi rappresentano. Una posizione chiarissima. E la fa a partire dal tema della solitudine. «Una volta – afferma Crepet – era la solitudine, non di tipo sociale come essere soli che è meraviglioso: il contadino che pota la vigna sta benissimo; mio nonno era un artista, stava solo e stava bene. Il problema è sentirsi soli. Puoi sentirti solo in una metropolitana, in una discoteca, in una cena di compleanno, alla laurea di tuo figlio…» . È questa solitudine psicologica che fa male e questo è pericoloso perché ti da l’illusione di non esserlo quando lo sei davvero ancora di più. La solitudine che sta provocando l’uso sconsiderato dei social è di quelle più insidiose perché ci fa perdere il contatto reale con le cose e le persone.


«Il mio libro parte da due scritte. Una su un muro di Roma: “Spegnete Facebook e baciatevi” che mi è piaciuta molto. E poi un’altra in un bar  in cui c’era scritto “Free Wi-fi, ma se ve parlate è pure mejo” Ho sentito nell’aria che  era il momento di uscire allo scoperto, perché era matura una condizione minoritaria ma critica. Lo chiamo il punto della nausea: quando mangi tanti dolci e non è il medico che ti dice di smettere ma è questa “sacrosanta” nausea che ti fa capire che bisogna cambiare.  Naturalmente si inizia con piccoli gruppi, oggi si chiamano “digital detox”, una sorta di programmisti della de-tossificazione dal digitale. Io vedo conseguenze nei giovani, ma anche nelle persone non più giovani, una sorta di rallentamento cognitivo, vedo tanti zombie in giro e mi dispiace perché non sanno cosa si perdono».

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Il ragionamento critico che lo psicoterapeuta Paolo Crepet propone da anni sul tema dei social aggrega sempre più consensi assieme alle polemiche di strascico che porta con sé ad ogni suo intervento. Le domande di fondo sono cruciali. Ma abbiamo davvero bisogno dei social network per conoscere il vicino di casa? Cos’è, insomma, che ci spinge ad affidarci alla tecnologia piuttosto che ai sistemi tradizionali, come un saluto sul pianerottolo o un paio di battute scambiate dal salumiere? Come dobbiamo interpretare questa passione per le app e i social network? Sono diventati davvero strumenti indispensabili per la nostra vita? Le risposte di Crepet non si fanno attendere. «Siamo ridotti al minimo, la nostra vita è un’app. Posso capire se è una persona sola o anziana a fare affidamento su un’app per combattere l’isolamento e sentirsi più sicura, ma non certo se la stessa esigenza la avverte un quarantenne. La verità è che viviamo nell’era della paranoia, nel rifiuto incondizionato dello sconosciuto. Preferiamo affidarci ad un’app per fare delle conoscenze e per proteggerci da chissà quali pericoli, è assurdo. La verità è che la tecnologia, o meglio i social, ci stanno fregando: sono un grande attentato alla nostra libertà, ci stanno facendo rimbecillire. Sembra che senza uno smartphone, un’app, un social, non siamo più capaci di fare nulla». Quindi quest’uso della tecnologia ci sta rendendo molto meno liberi, molto meno capaci di decidere autonomamente? È così, ma visto il successo che hanno, evidentemente la gente vuole questo. E di certo fa comodo a molti che si riduca la nostra autonomia di pensiero e di azione, a politici, a industriali… La vera domanda da farci quindi è questa: chi è che non vuole vederci così?

«Nessuno, direi. A tutti, per un motivo o per un altro conviene vederci rimbecillire. Il problema sicurezza però sembra davvero avvertito da molti, tanto è vero che proliferano i gruppi su whatsapp e su facebook in cui i cittadini si alleano per diventare sentinelle per il controllo della via o del quartiere in cui si abita. Come dobbiamo interpretare questo trend? Il fatto è che lo Stato non esiste più, non riesce a garantire sicurezza. Anzi, il messaggio che manda è: organizziamoci e partite! Lo Stato ha delegato la sua funzione di controllo perché non è capace di assolverla. L’unica cosa che può fare, quindi, è dire “se spari, ti capisco”, cioè se ci scappa il morto sono pronto a capire e giustificare. Proprio come nel Far West. È in questa direzione che stiamo andando. Una visione che non lascia spazio all’ottimismo? Non è detto. Per uscire da questo pericoloso tunnel che abbiamo imboccato, l’unica possibilità è parlare, spiegare, soprattutto ai giovani, che non possiamo vivere in queste condizioni. Bisogna risvegliare le coscienze, far aprire gli occhi alla gente, puntando soprattutto sui giovani. Non i giovanissimi, ancora chini sugli smartphone, schiavi di giochini, chat e social, ma i ventenni, quelli che da questa schiavitù ci sono passati e ora ne hanno preso le distanze, capendo di esserne stati fortemente condizionati. Con questi ragazzi mi sono confrontato e ho visto che loro hanno capito di essere stati privati di parte della loro libertà. Ora sono consapevoli di dover usare la tecnologia per fini ben più utili. Siamo stati sedotti dalla comodità e dall’immediatezza, in questi decenni quello che era alla portata di tutti è andato per la maggiore e non si è pensato alle conseguenze dello strapotere dei social media sulle nostre vite».

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