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Orrore a Piacenza. I carabinieri si sono trasformati in delinquenti

di francesco de rosa |


Piacenza contava i morti, tanti, per coronavirus. L’Italia restava bloccata con milioni di persone chiusi nelle case e, in quelle stesse settimane, alla stazione dei Carabinieri Levante di via Caccialupo, centro storico della città, 22 persone con a capo un gruppo ristretto di carabinieri che erano lì di servizio «approvvigionavano di droga gli spacciatori rimasti senza stupefacenti a causa delle norme anti Covid», come ha riferito Grazia Pradella, capo procuratore presso il Tribunale di Piacenza. Ha descritto, con disagio e stupore, anche i sei mesi di indagini fatti con intercettazioni telefoniche, telematiche e ambientali e coordinate da due pm: Matteo Centini e Antonio Colonna.

Fiumi di parole registrate, e frasi raccolte anche da conversazioni avvenute tra criminali della città. Un «malavitoso – riferisce Grazia Pradella – dice in un’intercettazione: “Hai presente le scene di Gomorra? Guarda che è stato uguale, tu devi vedere gli schiaffoni che gli ha dato”». Mentre l’appuntato dei carabinieri, secondo l’ordinanza del Gip, avrebbe descritto così il pestaggio di uno spacciatore nigeriano avvenuto in strada: «Quando ho visto quel sangue per terra, ho detto: “Mò l’abbiamo ucciso”». Orrore su orrore se si pensa, come da notizie circolate in queste ore che il Nucleo di polizia economico-finanziaria delle Fiamme gialle di Piacenza avrebbe trovato sul telefonino di uno dei militari anche le foto dell’uomo arrestato, ammanettato e senza scarpe, con il sangue sul volto e finito sul selciato.

Sta di fatto che un gruppo di giovani e audaci carabinieri con diverse origini, provenienze, modi di fare, dialetti e buffonerie ha messo in atto una serie di reati per i quali per la prima volta nella storia d’Italia, una caserma dei Carabinieri viene sequestrata dalla magistratura per gravi reati. Una caserma in quel cuore ferito di Piacenza. Un’ordinanza con ben trecento pagine emessa ieri, mercoledì 22 luglio 2020, dal Gip del Tribunale di Piacenza, Luca Milani, affinché si autorizzassero misure cautelari di varia natura nei confronti di 22 persone, tra cui 10 carabinieri dell’Arma (sei dei quali finiti in carcere) e un militare del Corpo. Per la prima volta nella storia d’Italia si è disposto il sequestro e la chiusura di un’intera caserma posta nel centro di Piacenza dove avrebbe dovuto tutelare e difendere la legalità. E invece, spaccio di droga, violenza inaudita, organizzazione criminale per ottenere vantaggi economici. E una marea di parole intercettate per poter fermare coloro che, nei panni dello Stato, facevano l’antistato.

«Ho fatto un’associazione a delinquere ragazzi», «in poche parole abbiamo fatto una piramide», «noi siamo irraggiungibili». «Abbiamo trovato un’altra persona che sta sotto di noi. Questa persona qua va da tutti questi, gli spacciatori, e gli dice: “Guarda, da oggi in poi, se vuoi vendere la roba vendi questa qua, altrimenti non lavori!” e la roba gliela diamo noi!». E ancora: «Da uno zaino ho fatto sparire tutto e l’altro l’ho preso, ho fatto un colpo della madonna… Io l’ho arrestato per un chilo e quattro e adesso, nello scatolo, ce ne sarà la me… e quando vanno a controllare, l’ho fatto solo io! Lo sai perché? Perché l’erba, quando tu la metti nella scatola, finché non la… non la bruciano… l’erba non è come il fumo che rimane lo stesso peso… l’erba diventa sempre più leggera, quindi, con l’erba, non ti sgameranno mai, non sono mica scemo. Adesso ti devi far pagare… chi la vuole la paga».

Un fiume di parole sconce ed inquietanti per capire come, dove e cosa hanno fatto all’interno di quella caserma. Grazia Pradella, che guida la procura di Piacenza, ha detto bene: «Faccio fatica a definire questi soggetti come carabinieri, perché i loro sono stati comportamenti criminali. Non c’è stato nulla in quella caserma di lecito» e lo ha detto ieri in conferenza stampa quando ha illustrato l’operazione «Odysseus» condotta congiutamente in Emilia-Romagna e in Lombardia dalla Guardia di Finanza piacentina e di Fiorenzuola d’Arda. Ora è agli arresti domiciliari anche il comandante della stazione Levante di via Caccialupo a Piacenza, quella del malaffare dove, come ha spiegato la stessa capo procuratrice, «la figura di spicco come spacciatore era sicuramente un appuntato».

Un affare che ha coinvolto 22 persone tutte raggiunte dal mandato del Gip e accusate, a vario titolo, di peculato, abuso d’ufficio, falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale in atti pubblici, rivelazione e utilizzazione di segreti d’ufficio, lesioni personali aggravate, arresto illegale, perquisizioni ed ispezioni personali arbitrarie, violenza privata aggravata, tortura, estorsione, truffa ai danni dello Stato, ricettazione, traffico e spaccio di sostanze stupefacenti. Reati commessi dal 2017 in poi che hanno raggiunto un picco durante i primi mesi della pandemia.

Un quadro agghiacciante se si pensa al discredito che la vicenda lascia in giro tra l’opinione pubblica. Ci si chiede in quante altri parti d’Italia potrebbero esserci altre caserme, altri carabinieri, poliziotti, uomini delle Forze dell’Ordine che invece di tutelare la legalità e la correttezza si mettono ad usare metodi camorristici e mafiosi. Ci si chiede, a buon diritto, quante connivenze tra malavita e Forze dell’Ordine potrebbero esserci? La vicenda estrema di Piacenza è l’unica dai toni così paradossali? Il dibattito (e il sospetto) è aperto con l’unica speranza che ad ogni sopruso, violenza, reato possano esserci coloro che denunziano e agiscono per arrestare i loro stessi colleghi. Nei due contributi video che seguono le voci delle intercettazioni e le immagini degli arresti.

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