Infuria il web che sputa veleni, melma, fango

Alla fine si tratta di soddisfare gli impulsi più profondi: è necessità di apparire, di partecipare, di essere presenti, di farsi sentire, di essere seguiti, di liberare le proprie voglie, le passioni, il credo politico, l’odio ancestrale che tutti proviamo per altri. Vuol dire sfogare ciò che diversamente non poteva essere sfogato. La deriva del web assomiglia alla deriva della televisione spazzatura degli ultimi decenni con la differenza che in televisione ci stavano in pochi mentre sul web ci stanno tutti: quelli di ogni credo, età, condizione mentale, ignoranza, stagione, interesse, pulsione.  E così quello stesso strumento che poteva diventare una conquista di “democrazia partecipata” dando la parola a tutti è diventato una fogna da cui si eleva ogni tipo di putrido fetore. Tanto che dopo le campagne d’odio politico e di fake news condotte da siti collegati direttamente ai grillini che dovevano conquistare il consenso popolare, il web ha dato spazio ad altri schieramenti politici, ad altre false notizie e ad altri odi incrociati con insulti, storie inventate, ricostruzioni parziali, modifiche ad arte di immagini, riprese, cronache.

Dalla politica allo sport il giochino è identico. Chiunque, senza né arte né parte, senza la minima conoscenza di base dei temi di cui discute come fosse un grande esperto, si lancia in campagne, strali, condivisioni e post che diffondono il falso, i luoghi comuni, l’odio tra tifosi di squadre. A questi si aggiungono coloro che per interessi particolari hanno bisogno di raccogliere consensi, di fare gruppo, di gettare fango sui “concorrenti”, di alterare la verità a proprio vantaggio, di scatenare violenza e confusione. Nessun ragionamento, nessuna lucidità o riflessione. A rammentarci la deriva è uno psichiatra del calibro di Vittorino Andreoli in occasione dell’uscita di un suo libro nel quale non tarda a manifestare il proprio convincimento sul tema del web e dei social. E così afferma:

“Siamo intossicati da rumori, parole, messaggi e tutto ciò che occupa la nostra mente nella fase percettiva. Il bisogno di solitudine è una condizione in cui poter pensare ancora. Oggi sono morte le ideologie, è morta la fantasia. Siamo solamente dei recettori. Ho proiettato il libro nel 2028, un giochetto per poter esagerare certe condizioni. Io immagino che ci sia un acuirsi della condizione di oggi per cui noi siamo solo in balia di un empirismo pauroso, dove facciamo le cose subito, senza pensarci”.

 

E, più nello specifico, Vittorino Andreoli porta l’attenzione sui social e su facebook in particolare diventato strumento pericoloso nelle mani di ogni individuo.

“Facebook andrebbe chiuso. Lì abbiamo perso l’individualità, crediamo di avere un potere che è inesistente. L’individuo non sta nelle cose che mostra ma in ciò che non dice. Invece i social ci spingono a dire tutto, ci banalizzano. I social sono un bisogno di esistere perché siamo morti. Creano una condizione di compenso per le persone frustrate […] Quando non si sa più distinguere tra virtuale e reale è pericoloso. Si estende l’apprendimento virtuale nella propria casa, nella propria vita”.

 

Parole forti, concrete, inequivocabili. Sta di fatto che la deriva è davanti ai nostri occhi e basterebbe fare solo qualche esempio attorno agli ultimi accadimenti che hanno scatenato altro odio, rancore, altre bufale e nuove mistificazioni. Gli insulti al presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano sono ben più che un monito per capire lo squallore che il web e i social, in particolare, sono capaci di esprimere. Nelle stesse ore in cui il presidente emerito veniva operato d’urgenza centinaia di italiani di ogni risma, geografia e condizione mentale davano sfogo ai propri insulti, si auguravano la morte precoce di Napolitano, paragonavano situazioni e vicende diverse che nulla hanno a che fare. Pochi giorni appena e il tifo sportivo consentiva a centinaia di tifosi napoletani di sfogare il proprio odio calcistico verso i tifosi bianconeri e la squadra antagonista arrivando persino a modificare falsificando riprese, interviste, labiali di campo. Un copione che si ripete sempre e che coinvolge anche molte altre tifoserie in altri modi quando per giorni “occupano” la home dei social con insulti e ogni altra acredine con buona pace dello sport vero.

Giovani, adulti, madri e padri, tifosi e politici, casalinghe e pensionati, nostalgici e attivisti, professionisti e adolescenti, persino ragazzini a cui si consente l’uso degli smartphone: nessuno sembra riesca a sfuggire più dalla dipendenza di partecipare al bailamme del web, alle ondate di odio, ai continui confronti che diventano quasi sempre scontri tra opposti modi di pensare. Dai temi più globali ai temi nazionali, alle vicende più locali dei piccoli paesi: il web con i suoi social ospita tutti ed in grado di dare visibilità a tutti senza nessuna esclusione. Anzi. Esso si presta ancora di più quando ad agire sul web ci sono coloro che nulla conoscono della deontologia che la comunicazione dovrebbe osservare.

Così con buona pace di quella che doveva essere un corretto uso del web con la diffusione delle maigliore informazione si mescolano tra loro fake news, odi umani, politici, sportivi e sociali, scontri tra gruppi e “bande” rivali che danno solo un grande deserto di senso.

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