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«Questa crisi può essere una formidabile occasione». Parola di Joseph Stiglitz e non solo

di beatrice fulli |


Dapprima la voce, molto italiana, di sociologi, politici, economisti. Con il vantaggio di capire per primi, dopo la Cina, cosa ha significato, nel concreto, questa pandemia ancora in corso. Poi è arrivato il papa argentino a dire che questa crisi sanitaria, e quindi anche economica e sociale, potrebbe essere anche una possibilità per rivedere molte cose, tante zone d’ombra che c’erano già prima. Gli ha dato seguito il presidente Mattarella. Ora lo stesso pensiero arriva anche da altre voci autorevoli che stanno vivendo questo tempo inedito da altri posti del mondo. La Germania ha fretta di ripartire per non rischiare di lasciare molti nelle sacche di povertà che si stanno creando. Così tanti altri Paesi del vecchio continente ed oltre. Quando sarà passata del tutto la fase più acuta, come molti auspicano, il tempo della ricostruzione può dare nuove possibilità se lo vogliamo. Se i vecchi difetti, le burocrazie inutili delle nostre organizzazioni statali ed amministrative, di banche, prassi, enti economici e politici potranno essere da noi risolti sulla scorta di una necessità mai avuta prima che ora preme e sempre di più premerà.

L’economia mondiale è già in recessione e lo diranno sempre di più i prossimi mesi. Dall’altra parte dell’oceano, in quegli Stati che sono stati, spesso, gli antesignani e la locomotiva del pianeta, un Nobel d’economia, Joseph Stiglitz, che criticò la guerra del golfo di Bush come critica ora la gestione della crisi che sta avendo Trump, prova a ribadire la necessità di cogliere da tutto questo le opportunità. Che sono, per lui, tante e le dettaglia. «Da questa epidemia possiamo imparare l’importanza della scienza, il ruolo strategico del settore pubblico e la necessità di azioni collettive. L’obiettivo deve essere la cooperazione globale». Sicché, ciò che fine ieri funzionava dei tanti nazionalismi pronti ad alzare muri, cacciare gli stranieri, battere moneta propria ed altri verbi da usare negli slogan politici e nelle campagne elettorali d’Europa e d’America potrebbe non funzionare più.

«Da docente, – ha affermato Joseph Stiglitzsono sempre alla ricerca di eventi che illustrino i concetti di cui parlo nelle mie lezioni. E non c’è niente di meglio di una pandemia per concentrare l’attenzione su quello che conta davvero. La crisi del Covid-19 è una bella lezione, soprattutto per gli Stati Uniti. I virus non hanno passaporti, non seguono i confini nazionali né la retorica nazionalista. La diffusione delle malattie è uno degli effetti collaterali della globalizzazione. Quando emergono crisi transnazionali, serve una risposta congiunta, come nel caso dell’emergenza climatica».

Poi un nuovo affondo a Trump. «Nessuna amministrazione statunitense ha fatto di più per minare la cooperazione globale ed il ruolo dello Stato di quella di Donald Trump. Eppure, quando ci troviamo di fronte a un’epidemia, ci rivolgiamo allo Stato. Non possiamo cavarcela da soli né affidarci ai privati. Troppo spesso le aziende vedono nelle crisi opportunità per gonfiare i prezzi, come dimostra l’aumento dei costi delle mascherine. Sfortunatamente, dai tempi dell’amministrazione Reagan, domina il motto: “Lo stato non è la soluzione al nostro problema, lo Stato è il problema”. Prendendolo sul serio però si finisce in un vicolo cieco».

La fiducia nella scienza, per il professore della Columbia University di New York, che è stato capo economista della Banca Mondiale fino al 2000 e che nel 2001 ha ricevuto il premio Nobel per l’economia è totale. «Nel medioevo – afferma Joseph Stiglitzla forza di volontà e le preghiere non sono servite contro la peste nera. Per fortuna nel frattempo l’umanità ha fatto progressi. Quando è apparso il virus che causa il Covid-19, gli scienziati sono stati in grado di analizzarlo, fare test e cominciare a lavorare a un vaccino. Anche se c’è ancora molto da scoprire sul nuovo coronavirus, senza la scienza saremmo alla sua mercé e in preda al panico».

Un suo libro sul tema dell’Euro “l’Euro, come una moneta comune minaccia il futuro dell’Europa” (2017) sembrò far pensare a sostegni improvvidi di economie nazionali chiuse. In realtà Stiglitz va in altra direzione. Così come è stato nel suo ultimo libro dal titolo “Creating a learning society: a new approach to growth, development, and social progress” scritto con Bruce Greenwald e pubblicato nel giugno scorso da Columbia University Press dove aveva messo in luce tutte le criticità del liberismo più sfrenato. Oggi Joseph Stiglitz vede nel post pandemia la grande possibilità di connettere davvero il mondo, usare per davvero parole come “solidarietà”, creare quella globalizzazione dei destini e delle possibilità che non è mai stata prima. Stiglitz pensa ad un Piano Marshall europeo. Potrebbe essere questa la strada giusta per affrontare la crisi economica causata dalla pandemia. Quella degli aiuti massicci ai Paesi più deboli, quella di un progetto di ripresa e del superamento del tabù del debito perché un dato sia chiaro su tutti: nessuno si salva da solo.

«Il Piano Marshall funzionò non solo per la sua entità, ma per il suo carattere progettuale. Lo stesso dovrebbe valere ora. Il primo apporto di risorse deve essere destinato al contenimento della malattia e dei decessi. Gli ospedali italiani e spagnoli sono messi a dura prova. C’è un bisogno evidente di aiuti massicci, e in fretta. Se arriveranno, Italia e Spagna, una volta superata la crisi, potrebbero essere in grado di aiutare i Paesi colpiti successivamente, soprattutto perché molti dei loro abitanti saranno dotati di anticorpi».

«Il Piano Marshall, tuttavia, era incentrato sulla ripresa. Dovrebbe esserlo anche il prossimo. Servirà un intervento molto diverso da quello necessario per la ricostruzione dell’Europa all’indomani della guerra, e ancor di più da quello richiesto per le crisi del 2008 e del 2010. In quei casi, il problema era l’insufficienza della domanda aggregata. Oggi il problema è che il virus rende troppo rischiosa l’interazione tra gli individui, interferendo sia con la domanda che con l’offerta. Ma le conseguenze si protrarranno anche una volta debellato il virus: molte famiglie e aziende si ritroveranno con i bilanci devastati, cosa che intaccherà la loro capacità e il loro desiderio di consumare e investire. Molte aziende non sopravviveranno. Ci saranno decessi tra le persone che le guidano. Le aziende oggi in bancarotta rimarranno tali anche alla fine della pandemia. Ci troviamo – conclude Stiglitzdi fronte a una crisi globale, che va affrontata a livello globale. Nessun Paese può farlo da solo. Il Piano Marshall esprimeva questo genere di solidarietà globale. La solidarietà crea solidarietà; le divisioni producono divisioni. L’Europa si trova davanti a una scelta difficile. Mi auguro che decida per il meglio».

Quando, come e fino a che punto tutto questo sarà davvero realizzato nelle prossime settimane e mesi, come ovvio, non si può dire. L’Europa si è aperta a vere solidarietà. E l’idea che un Nobel come Joseph Stiglitz abbia aperto un simile spiraglio per trarre, da economista, nuove opportunità in un tempo di crisi del tutto inedita, fa senza dubbio, ben sperare.

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