Sarà la tecnologia e non la politica a salvarci dalla crisi ambientale. Parola di Claudia Tebaldi

A G20 concluso a Roma sotto la direzione italiana di Mario Draghi. E con il summit di Glagow in dirittura d’arrivo con risultati che certamente saranno giudicati in vario modo, come è accaduto a Roma. Si tratta di trovare sul tema dell’ambiente e del modo con cui affrontare la crisi ambientale globale una strategia utile e soprattutto rapida per fermare i danni che stiamo causando. Si tratta, quindi, di un tema urgente sul quale è intervenuta in queste ore anche una delle più autorevoli scienziate italiane sul tema del clima, Claudia Tebaldi per dire che…


Negli ultimi tre decenni l’ONU si è riunita in quasi tutti i Paesi della terra con diversi vertici globali (ben 25 finora) attorno al tema del clima. Incontri chiamati COP, ovvero “Conferenza delle Parti”. Tre decenni lungo i quali il cambiamento climatico non è stata più, per fortuna, una questione marginale ma è diventata una priorità globale. A Glasgow si è si sta concludendo il 26eismo vertice annuale, da qui il nome COP26. Nel Regno Unito la COP26 sotto doveva lavorare con ciascun Paese affinché si potesse raggiungere un accordo su come fronteggiare i cambiamenti climatici. In Scozia i leader mondiali sono più di 190 con alcune altre decine di migliaia di negoziatori, rappresentanti di governo, imprese e cittadini per dodici giorni di negoziati.

Nel frattempo il tema del clima è sui media come non mai. Così Claudia Tebaldi, scienziata italiana che ha partecipato alla redazione del report dell’Onu sulla situazione del pianeta e sui cambiamenti climatici ha detto la sua commentando in tempo reale ciò che la politica mondiale tenta di fare sul tema del clima. Il surriscaldamento globale è un dato che balza agli occhi e che è stato approfondito nel Sesto rapporto di valutazione rilasciato dal gruppo intergovernativo di scienziati del cambiamento climatico (Ipcc) – approvato dai 195 Paesi dell’Onu e poi diffuso – dal titolo “Cambiamenti climatici 2021. Le basi fisico-scientifiche”.

«Non credo riusciremo – ha detto Claudia Tebaldi – a fare in modo di non raggiungere quel 1,5°C di surriscaldamento – il limite entro il quale si potrebbero ancora contenere i risvolti devastanti della crisi climatica». Significherebbe infatti «cambiare da questo momento preciso la nostra vita». Come? «In modo drastico e rivoluzionario». Si deve non «essere pessimisti», ma «realisti», e pensare di poter fare tutto quanto è in nostro potere per limitare i danni ambientali dai quali saremo lentamente travolti.

Lo sguardo di Claudia Tebaldi è ampio, concentrato su ciò che sta accadendo nel mondo. «Vediamo con un record di osservazioni molto esteso che il riscaldamento ha iniziato a farsi sentire; oggi registriamo il segnale più chiaramente, nonostante il fenomeno si sia innescato già dagli anni 70». Qual è il risultato di tutto questo? «Fenomeni atmosferici inaspettati, che si verificheranno sempre di più e sempre più a livelli inattesi». Quanto incide la mano dell’essere umano? «Al 100%, se non di più».

E più che alimentare speranze inutili con la politica, la climatologa italiana non esita a dire che «realisticamente, sarà più facile risolvere il problema del riscaldamento globale con la tecnologia che non cambiando il nostro stile di vita radicalmente, come la politica promette di voler fare». Troppi interessi in atto, troppe questioni intrecciate che cadrebbero solo se gli effetti della crisi climatica fossero ancora più evidenti e davvero irreversibili. «Se – aggiunge la Tebaldi – si cominciano a diminuire, immediatamente, le emissioni in modo significativo e globale avremo qualche chance di mantenerci a 1,6°-1,7° e magari con la tecnologia, nella seconda parte del secolo, arrivare a 1,5°. Le ultime statistiche sulle emissioni, però, e anche quanto è stato promesso finora ci portano al massimo, e se tutto va bene, al 2,1°. Quindi, bisogna davvero innalzare queste aspirazioni e soprattutto concretizzarle. Le emissioni continuano ad essere più alte di quello che le nazioni hanno promesso. Realisticamente, supereremo il target di qualche decimo di grado». Non a caso infatti, la politica raccoglie insuccessi sull’impegno di Cina come di altri, che restano i maggiori inquinatori del pianeta con l’uso del carbone che va addirittura incrementandosi.

L’osservatorio americano da dove la climatologa italiana parla è ancora più chiaro. «Se paragoniamo quello che è successo a New Orleans con l’uragano Katrina nel 2005 agli effetti di Ida quest’estate, la differenza per danni e morti è enorme. Come civiltà abbiamo la possibilità di adattarci a questi eventi e diminuirne l’impatto. Però costa. Per questo noi scienziati cerchiamo di rappresentare le nostre proiezioni in modo che i politici abbiano gli strumenti per mettere sulla bilancia sia i costi dell’adattamento sia i costi della riduzione delle emissioni. E fare le giuste scelte. Qui in America, ad esempio, lo stato della West Virginia ha un’economia interamente basata sul carbone. Se le politiche di Biden saranno implementate, intere comunità perderanno il lavoro».

Intanto ciò che accade non può essere ignorato. «Pensiamo al clima di 30-40 anni fa. Chiunque si rende conto che il numero e l’intensità degli eventi estremi sono aumentati. Allora, le temperature erano più basse di mezzo grado. La stessa differenza fra 1,5° — che è superiore all’1,1° attuale — e 2°. Dobbiamo aspettarci eventi estremi sempre più frequenti e dannosi». Prima che accada potrebbe salvarci la tecnologia molto più della politica che ha tempi troppo lunghi e deve mediare tra fatti diversi e contrapposti.

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