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Il dilemma del cittadino globale

Tra pochi mesi saranno venti anni dal momento in cui i lettori italiani potettero trovare in libreria quello che ormai è diventato un classico della sociologia contemporanea. Usciva allora “La solitudine del cittadino globale globale” di Zygmunt Bauman. Il noto sociologo scomparso recentemente pubblicava così nel 2000 questo interessante saggio che sottolinea il totale disorientamento in cui sono immerse le persone in un mondo dove le politiche neoliberiste hanno portato alla disgregazione del tessuto sociale, esaltando la dimensione individuale e annullando la comunità, per lo meno quella reale. Fuggito dalla Polonia in seguito all’invasione nazista, Zygmunt Bauman  (nato a Poznan nel 1925 e morto a Leeds nel Regno Unito nel 2017) dopo la guerra era ritornato in patria e si era laureato in sociologia a Varsavia. La sua dissertazione sul socialismo britannico, che per prima gli diede notorietà, nacque dalla sua permanenza alla London School of Economics. Ottimo conoscitore di Gramsci e di Simmel, dapprima marxista ortodosso, gli venne tolta la cattedra all’università in tempo di epurazioni, cioè nel 1968. Insegnò per un certo periodo all’università di Tel Aviv e poi a quella di Leeds. Zygmunt Bauman è il creatore del concetto di società “liquida”: l’incertezza dei tempi moderni trasforma i cittadini in consumatori, li rende numeri più che storie di vita, flussi, contesti immateriali. “La solitudine del cittadino globale” aveva colpito nel segno. Anche nel titolo dato all’edizione italiana dell’ultimo libro di Zygmunt Bauman. Il titolo originale è In search of politics. “I due titoli, italiano e inglese, – ha scritto Franca Re – colgono gli aspetti principali del lavoro di Bauman: In search of politics. rinvia ai temi classici della filosofia politica (il rapporto individuo – società, la tensione fra libertà e sicurezza e quella fra liberalismo e democrazia); il titolo italiano indica invece il contesto dell’analisi di Bauman. La sua è infatti una riflessione sulla politica nell’era post-moderna o tardomoderna, caratterizzata dai fenomeni di globalizzazione. Bauman riprende alcuni temi ormai classici della critica alla globalizzazione, dall’individuo flessibile di Sennet alla Risikogesellschaft di Beck, e fornisce un’analisi dettagliata delle società occidentali post-moderne. I temi della sua riflessione possono apparire eterogenei (la crescente preoccupazione per la criminalità, la fine dell’ideologia, il reddito minimo garantito…) ma si inseriscono tutti in una riflessione unitaria sul ruolo della politica e dell’autonomia dei soggetti nel mondo contemporaneo. La conseguenza più grave della globalizzazione e dell’avvento dell’economia post-fordista è secondo Bauman la scomparsa dello spazio pubblico: l’agorà è stata invasa dall’oikos. La funzione di traduzione svolta dall’agorà non è più assicurata da nessuno e le nostre società sono dominate dalla Unsicherheit. Insicurezza esistenziale, incertezza circa il proprio destino, sensazione che la propria persona si trovi costantemente in pericolo costituiscono la cornice nella quale gli individui trascorrono le loro vite, incapaci di organizzarle e di costruirsi un’identità. Di fronte a questo quadro, che assomiglia molto alle cupe previsioni del Tocqueville della seconda Democrazia, Bauman non si scoraggia, né propone anacronistici ritorni al passato. L’epoca delle repubbliche – nazioni si è definitivamente conclusa, ma non per questo si deve rinunciare alla dimensione repubblicana: è necessario ricostruire l’agorà, dare alle istituzioni una dimensione extraterritoriale, che le renda di nuovo in grado di funzionare. Bauman non pensa però alla semplice trasposizione a livello globale delle istituzioni democratiche e repubblicane, ma alla costruzione di qualcosa di nuovo. Egli non dà alcuna descrizione della nuova repubblica, indica però alcune direzioni da seguire: combattere le disuguaglianze fra settori sempre più ricchi e settori sempre più poveri della popolazione mondiale, svincolare il reddito dal lavoro per liberare gli individui dall’incertezza, richiamare dall’esilio l’universalismo e recuperare la funzione di traduzione che è la precondizione di ogni comunicazione, per imparare a vivere insieme nel mondo delle differenze, senza costruire ghetti. Più che di un nuovo paradigma teorico – sembra dire Bauman – abbiamo bisogno di nuovi strumenti di azione che ci liberino dalla “economia politica dell’incertezza”, perché possiamo tornare a sederci nell’agorà.”

In mezzo a fenomeni complessi si ridefiniscono termini e prassi della modernità. Vengono prese d’assalto le vecchie logiche stanziali. Gli stati nazione, lo spazio delle identità nazionali sono “assaltate” dal fenomeno migratorio globale. Lo stesso termine cambia forma, aspetti, dinamiche. E se un tempo con il termine «globalizzazione» si indicava il profondo cambiamento intervenuto nella organizzazione del lavoro e nella comprensione della unità della famiglia umana e, quindi, nel modo di vivere la propria umanità e l’appartenenza alla famiglia umana e di rispondere
di esse. A partire dagli anni ’80, l’innovazione tecnologica ed i processi informatici hanno reso possibile una concezione planetaria del vivere che, nella interdipendenza dei suoi molteplici fattori, ha rappresentato una sfida per l’umanità. L’incidenza di questa sfida risulta evidente non appena si colga che non riguarda solo beni materiali ma anche informazioni e comunicazioni, prodotti del pensiero e opere d’arte ed, in genere, tutto ciò che può essere considerato capace di soddisfare bisogni o desideri culturali, sociali, spirituali ed anche religiosi. Ogni cosa é considerata un bene da mettere a disposizione di tutti: come scrive McLuhan, «la nuova indipendenza elettronica ricrea il mondo a immagine di un villaggio globale».

1. All’inizio si erano colti soprattutto i benefici di questo fenomeno: la globalizzazione illuminava l’universalità di uno spirito umano che, al di là dei particolarismi etnici e culturali, portava in sé l’esigenza di una comune esperienza di vita e di una responsabilità etica universale. Di fatto il possibile vantaggio di una migliore integrazione dell’umanità, di una effettiva crescita della comunione e della solidarietà, è naufragato di fronte al divario di mezzi, di conoscenze e di potere tra ricchi e poveri, tra Nord e Sud: anche la globalizzazione ha finito per evidenziare una obiettiva e drammatica frattura dell’umanità. A poco a poco la globalizzazione ha mostrato il suo volto mercantile: il mercato mondiale e il mimetismo del consumo, rinforzato dai media, hanno preso il posto di una reale solidarietà. L’appropriazione commerciale dell’altro – musica, vestitcibo, ciondoli e altro – ha evidenziato una maniera di concepire le relazioni che rimane di stile coloniale: cercare un accrescimento di sé attraverso l’altro ma senza nessuna volontà di conoscenza o di dialogo con il suo mondo.

2. Questo coinvolgimento del mondo culturale nelle relazioni globali disegnate dalla economia e dalla politica ha portato non pochi popoli a difendere la propria identità ed a far valere la propria originalità anche con la forza. Per questo non manca chi ritiene che la globalizzazione sia oggi un modello inadeguato per comprendere l’attuale temperie culturale e preferisce parlare di uno scontro di civiltà.

3. L’espansione dell’Occidente deve fare i conti con la rivolta contro l’Occidente mentre il tradizionale scontro tra ideologie politiche viene sostituito da quello tra civiltà e religioni diverse. Lo sfondo problematico qui in gioco – quello del rapporto tra universale e particolare – ha certamente una valenza filosofica e teologica ma, nella misura in cui mette l’accento sulla governabilità del fenomeno, rimanda pure ad una problematica etica e politica.

4. Queste trasformazioni hanno prodotto un profondo disagio antropologico; al di là di una solidarietà dovuta a situazioni di pesante marginalità, non si può fare a meno di interrogarsi sul significato dei valori e degli stili di vita ricevuti dalla tradizione, sulla loro possibilità e capacità di integrarsi nello sviluppo mondiale, sul comportamento da tenere verso forme di vita e di civiltà che hanno il sapore della “intrusione” e della violenza. Apertura e chiusura, dialogo e paure, integrazione e disgregazione accompagnano il cammino della società d’oggi. Di fatto il processo di globalizzazione, che di per sé comporta una omologazione planetaria, si intreccia con spinte diverse volte a riaffermare l’originalità e l’unicità di comportamenti a cui non si intende rinunciare.

Zygmunt Bauman riporta l’attenzione sulla condizione emotiva del cittadino globale, sull’insicurezza che pervade stati, regioni, paesi del mondo e ci offre, in una intervista sui temi a lui più cari, spunti di riflessione. Un modo per poter comprendere meglio le dinemiche di un mondo che sembra sfugga di mano.

 

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