Friedrich Nietzsche 125 anni dopo la sua morte. Breve ritratto di un filosofo che stette in Italia molte volte
Bisogna essere cercatori di verità. Fino a farla diventare certezza. Il vero e il certo sono un ambiguo conflitto e una armonica saturazione del reale… Nietzsche è il vero pilastro dell’intelligenza che supera la commedia e dal caos costruisce l’idea del tragico. Ma era un greco nel pensiero. L’uomo è ancora quello di Platone, che cerca nella caverna la luce dell’ombra. Perché: “…Quando l’uomo fugge la luce, noi fuggiamo l’uomo: a tanto arriva la nostra libertà”. Centoventicinque anni fa, il 25 agosto 1900, moriva Friedrich Nietzsche. Pensatore originale probabilmente tra quelli che più hanno condizionato la cultura del ‘900 e non solo. Rivoluzionò la filosofia e la cultura occidentale del Novecento con opere come ‘La nascita della tragedia’, ‘Così parlò Zarathustra’ e ‘Al di là del bene e del male’. Era nato il 15 ottobre 1844 a Röcken, una municipalità della città tedesca i Lützen in Sassonia-Anhalt da una famiglia conservatrice. Venne da un padre che era un pastore luterano di fede monarchica. Frequentò il ginnasio a Naumburg e gli studi teologici nel vicino monastero cistercense di Pforta. Nel 1864 si trasferì a Bonn dove studiò filologia. Fece letture di ogni genere ma si appassionò ad Arthur Schopenhauer a Friedrich Albert Lange tanto da accostarsi così alla filosofia che non era l’unico suo campo d’indagine. In Sassonia, conobbe a Lipsia Richard Wagner con cui ebbe più tardi si contrappose in un diverbio intellettuale. Stette e soggiornò in Italia in diverse occasioni che Marco Moretti su La Stampa ha voluto ricordare con dovizia. A 125 anni dalla sua morte è ancora del tutto possibile rinvenire le tracce del suo pensiero, della sua filosofia e visione del mondo nel nostro tempo come lo è stato per tutto il ‘900.
A 125 anni dalla morte di Friedrich Nietzsche possiamo domandarci cosa ci dice ancora oggi? E allora occorrerebbe dimenticare la ragione per trovare la verità che portiamo nel cuore sin dalla nascita. La Ragione per essere vera deve diventare Ragionamento. Altrimenti che senso avrebbe? Nietzsche ancora oggi è il filosofo di un oltre che solca il superamento dell’ovvio perché in esso c’è quel “Vivi ogni giorno della tua vita come se fosse il primo, come se fosse l’ultimo”. Annotazione che vale tutta la vita nel tempo. Bisogna essere cercatori di verità. Fino a farla diventare certezza. Il vero e il certo con lui sono in un ambiguo conflitto, in una armonica saturazione del reale. Occorre cercare la verità e non la ragione anche se non bisogna mai dimenticare la Ragione, perché essa muove il tempio del cuore. Bisogna essere cercatori soprattutto di ombre perché soltanto nelle ombre ci sono le verità che attraversano la ragione. Quelle voci che ascolto nel paziente e lancinante sussurro di mio padre di notte, quando da altri pianeti mi incoraggia a restare vivo. Siamo sconosciuti a noi stessi. Viviamo in virtù di conoscenza nel nostro segreto, che rivela il mistero di tutto l’eterno vissuto, ovvero di quel tempo che consideravamo eterno. Sconosciuti ma non estranei. Non si è estranei mai a se stessi. Alla propria anima, se esiste, al proprio cuore al proprio corpo. Alla propria intelligenza. La conoscenza uccide gli uomini deboli o rende gli uomini stessi leggerezza imbecille. L’illusione apre la finestra alla speranza. Un assurdo la prima. Un enigma la seconda. Io credo nell’assurdo. Ma l’assurdo ha bisogno del confronto costante con la ragione del paradosso. Bisogna agire correggendo. Ma occorre agire per verità di necessità. Per non estraniarsi. Usare il silenzio certamente ma anche la parola sottile che attraversa l’ombra. La luce è un inganno.
«Vengo troppo presto, non è ancora il mio tempo». Così dice l’uomo folle che nella Gaia Scienza (1882) va al mercato e urla a tutti che «Dio è morto». Che in quel “folle” Friedrich Nietzsche veda sé stesso e che l’annuncio della morte di Dio costituisca il centro ideale del suo pensiero, è fin troppo evidente. Il Dio che per Nietzsche è morto, o che almeno è entrato ai suoi tempi in una profonda agonia, non è ovviamente solo il Dio dei credenti. Ad entrare in crisi è piuttosto, o più precisamente, l’intero ordine di valori e credenze che ha contrassegnato la civiltà cristiana (e della Grecia classica o “apollinea”). Mai profezia fu più vera, possiamo dire oggi, a 125 anni esatti dalla morte, avvenuta a Weimar, del grande filosofo tedesco (era nato a Rocken il 15 ottobre 1844). Lo attestano gli infiniti discorsi sulla “crisi” o sul “tramonto dell’Occidente” che hanno percorso buona parte del secolo scorso e che continuano ad essere il leitmotiv dei nostri anni in cui tutti sperimentiamo una profonda crisi di senso. Due elementi sono però da sottolineare nella riflessione nietzschiana: il ricondurre la crisi epocale che viviamo ai presupposti stessi su cui si è fondata la nostra civiltà, quasi che la sua stessa origine contenesse in sé i germi del suo futuro; la ricerca spasmodica di un’alternativa che non significhi una riattivazione di un’origine perduta o di valori “traditi”, ma che consista propriamente in una tensione dell’uomo verso un altro da sé, cioè verso il proprio “oltrepassamento”. L’uomo, d’altronde, per Nietzsche è, «una corda tesa fra la bestia e il superuomo», come è scritto nel prologo di «Così parlò Zarathustra (1885). Per quel che concerne il primo punto, egli è fin troppo chiaro: ad uccidere Dio, è scritto nello stesso aforisma 125 della Gaia scienza citato, siamo stati noi stessi, cioè noi tutti “cristiani” (poco importante se credenti o non). «Come ci consoleremo noi, gli assassini di tutti gli assassini? Quanto di più sacro e di più possente il mondo possedeva fino ad oggi, si è dissanguato sotto i nostri coltelli; chi detergerà da noi questo sangue?… Non è troppo grande, per noi, la grandezza di questa azione? Non dobbiamo noi stessi diventare dèi, per apparire almeno degni di essa? Non ci fu mai un’azione più grande: tutti coloro che verranno dopo di noi apparterranno, in virtù di questa azione, ad una storia più alta di quanto mai siano state tutte le storie fino ad oggi!». Quanto al superuomo (o «oltreuomo»), esso dovrà farsi carico del più imponente dei compiti: la «trasvalutazione di tutti i valori», cioè la riscrittura di un universo di senso e significati.
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“Qui si innesta – ha osservato e scritto Corrado Ocone per il quale Il filosofo tedesco smascherò l’ipocrisia di ogni umanitarismo e egualitarismo e profetizzò la crisi dell’Occidente – l’implacabile opera di decostruzione della morale corrente, ed anzi di ogni etica, compiuta nella Genealogia della morale (1887). Nietzsche dimostra come i più alti sentimenti morali siano facilmente riconducibili ad elementi utilitaristici, egoistici, assolutamente poco nobili, «umani, troppo umani»; come cioè siano un semplice modo di affermare nel mondo sé stessi, la strategia vincente (la «morale degli schiavi») con cui i più deboli hanno imposto la loro signoria sui più forti (la «morale dei signori»). Su questo impianto concettuale è facile capire come Nietzsche, diagnosta insuperato della nostra epoca, abbia potuto ispirare un po’ tutti, ognuno ritrovando nel complesso del suo pensiero qualcosa che riteneva a sé proprio. I nazionalsocialisti, ad esempio, hanno visto in lui il restauratore di civiltà prepagane e di una visione darwinistico-sociale della vita, ordinata dai rapporti di forza e dalla violenza (il modello di una Grecia dionisiaca, regolata da riti orgiastici, in contrapposizione a quella apollinea era stato il canovaccio su cui era sviluppata la sua fortunata opera giovanile su La nascita della tragedia, 1872).”
Con taglio diverso Marco Moretti fa ritratto di Friedrich Nietzsche su “La Stampa” e individua molti altri aspetti che fanno ancora del filosofo tedesco un grande punto di riferimento. «Inquieto e di salute cagionevole viaggiò nel Mediterraneo alla ricerca di clima mite e cure termali. Fu a Sorrento, Genova, Rapallo, Mentone e Nizza, dove soggiornò per cinque inverni (1883-1888), prima in una stanza in affitto in rue Ségurane 38, dove lo ricorda una targa con ritratto scolpito, e più tardi alla Pension de Genève nell’attuale rue Rossini. Tra 1888 e 1889 trascorse un anno a Torino: alloggiò in un appartamento ammobiliato al quarto piano in via Carlo Alberto 6 all’angolo con l’omonima piazza, dove oggi una lapide con il medaglione in bronzo che raffigura il suo volto baffuto ricorda che in quella casa scrisse ‘Ecce homo’. Il realtà l’opera filosofica autobiografica la vergò in gran parte seduto ai tavolini dello storico Caffè Fiorio di via Po 8 dove trascorse molti pomeriggi. Nietzsche apprezzò Torino che descrisse come “dignitosa e severa”. Amava passeggiare sotto i portici e tra i viali del Valentino dove lo colpiva “la dorata bellezza dell’autunno”. Si entusiasmo per la Mole Antonelliana “l’edificio più geniale che è stato forse costruito per un assoluto impulso verso l’alto”, gli ricorda Zarathustra e la battezzò Ecce homo. Seguiva l’opera e i concerti di musica classica al Teatro Regio e al Carignano. Amava la cucina piemontese e lo spirito riservato dei torinesi che gli ricordava la familiare Svizzera. Fu però proprio a Torino che impazzì. Il 3 gennaio 1889 uscendo di casa vide un cocchiere frustare un cavallo, lo assalì verbalmente urlando e in lacrime abbracciò l’animale, perse il senno e dichiarò di essere Gesù Cristo. Tra deliri e attacchi di collera, fu ricoverato all’ospedale psichiatrico di Basilea e sedato con tranquillanti. Ogni cura si rivelò vana. La madre – l’unica persona che riconosceva e con cui parlava _ lo riportò a Naumburg. Visse su una sedia a rotelle fino alla morte, avvenuta a Weimar il 25 agosto 1900. Fu sepolto nel cimitero di Röcken, il sobborgo di Lützen in cui era nato.




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