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Salvator Rosa oltre il mito: il pittore filosofo e Prometeo


itinerari estetici di daniela marra |


La fortuna rassomiglia alla luna, che allora si eclissa quando è più piena. (Salvator Rosa)

Napoli prima metà del ‘600 | Un liuto echeggiava tra le mura della Bottega d’Arte dello Spagnoletto, il maestro Jusepe de Ribera, che pur essendo di piccola statura, era il più potente ed energico erede del Caravaggio. Seduto su uno scranno di legno, osservava l’impasto dei colori, che rilasciava l’odore acre della trementina e della lavanda inebriante. Sulla sua tela, un mosaico di colori graffiati e densi, prendevano forma poco a poco figure vivide e sensuali. Gli allievi e i compagni erano intenti nello studio del naturale, copiando teste di vergini e nudi dall’incarnato vivo. L’atmosfera era resa magica dalla musica, dagli odori pungenti, e dai raggi di sole, che timidi si affacciavano sui tavoli da lavoro, proiettando le ombre incerte degli alambicchi, dei calchi in gesso e dei mortai. I riflessi di cristalli, pietre e vetrini si combinavano a formare stravaganti sculture di luce. I pennelli danzavano sensuali in virtuosismi che restituivano un naturalismo impressionate: peli, rughe, capelli, al giovane musicista ventenne apparivano talmente reali da superare il vero, si avvertiva perfino l’odore dei personaggi dipinti. Le dita di Salvatoriello, sporche di vernice d’ambra, si muovevano instancabili sulle corde del liuto, a tratti intonava un madrigale, buttando l’occhio tra le preziose ampolle di olio di noce e le bottigliette di balsamo, mentre un sorriso beffardo appena accennato si affacciava sul viso. Il suo sguardo vagabondava tra i magnifici soggetti classici, tra i disegni preparatori a carboncino sparsi sul pavimento, tra telai e ciotole traboccanti di polveri colorate.  Per un istante esitò nell’esecuzione, fino a fermarsi del tutto. Alzò lo sguardo verso la finestra e afferrò il pennello.  Erano passati molti anni da quando Salvator Rosa, chiamato Salvatoriello, nella solitudine claustrale del convento, si nutriva di poesia tra le mura silenziose della sua celletta. Ma per quanto traesse linimento dallo studio dei classici, spesso si trovava a osservare l’angolo di mondo incorniciato dalla finestra, e allora il suo volto si illuminava per lo spettacolo sublime e malinconico e rapito da una sintesi estetica, tornava all’urgente bisogno di dipingere. La natura l’aveva fatto pittore, come ricordano le biografie più antiche, non di rado disegnava con il carbone sui muri casa sua e dei suoi parenti. E un giorno spintosi in questa pratica sulla facciata del Chiostro di Santa Teresa del Gesù, ne ottenne solo sgridate e bastonate. È ricordato come un ragazzino chiassoso e ardito con le labbra tagliate dalla beffa, con l’abitudine di scappare da casa per correre su qualche monte o in riva al mare per perdersi nella contemplazione di personaggi e paesaggi, che avrebbero rappresentato parte della sua produzione pittorica. Figlio del ‘600 napoletano il Rosa è testimone di un’epoca,” manifestazione fedele dell’egoismo e della crudeltà: il popolo ride e piange: vorrebbe talvolta farsi valere, togliersi come l’infermo le spine nel suo letto, ma basta un cenno, una parola dell’oppressore e torna al canto spensierato dello schiavo, alla gioia bugiarda del barcaiolo, allo stornello del pellegrino, che cammina, cammina, e non trova mai una zolla dove posare il suo capo” (Corbucci 1926. Salvator Rosa e i suoi Tempi). Questo oscillare tra la vita e la morte, tra il giogo della Spagna e i lacci della Chiesa, fu il tempo del Rosa. E Nonostante negli anni della formazione fosse lontano dai veleni, pugnali e tradimenti della Scuola Napoletana e visse quasi straniero ai rumori di Napoli, immerso nella contemplazione del Mare, del Vesuvio e delle magiche colline partenopee, non mancò di essere esposto a umiliazioni, lacrime e miserie.

Salvator Rosa, Allegory of Fortune, 1659
Salvator Rosa, Odysseus and Nausicaa

Fu allievo e compagno di Aniello Falcone, di cui apprezzò particolarmente le tele raffiguranti battaglie e paesaggi, e si formò alla luce della sua bottega, dove visse esperienze artistiche e umane di grande rilievo. La leggenda narra che Salvator Rosa nel 1647 fece parte della Compagnia della Morte di Aniello Falcone, una sanguinosa accolita di allievi, parenti e amici, che “armati di spada e pugnale andavano di giorno passeggiando a uccidere spagnoli e di notte dipingevano a lume artificiale”. De Dominici racconta una bella favola, che non trova riscontri storici e rimanda a un‘immagine del Rosa a metà strada tra uno zorro barocco e un mercenario di cappa e spada, più vicino alla figura di un eroe byroniano che del pittore filosofo. Fu spadaccino certamente, ma di penna e pennello, tant’è vero che tra i suoi quadri e la sua poesia intercorrono legami molto stretti.  Pur essendo critico della società, era ben inserito in essa, dove rivendicava fortemente un suo ruolo; nelle satire condanna il vuoto gonfio dell’arte, che sembra a tutti invece un miracolo di bellezza. Giudica ferocemente il ruolo della committenza della Chiesa, che nel ‘600 ha necessità di esaltare i suoi trionfi attraverso l’arte, costretta “entro binari ben determinati e l’unica evasione per l’artista risiede nel poter sfogare senza limiti la sua fantasia coloristica e la bizzarria decorativa fino alla pura farneticazione” (Achille della Ragione).  Alla penna del Rosa, che aveva colpito con violenza le debolezze e la prepotenza di un’epoca, si affiancò il pennello crudo e brutale nell’allegoria del Prometeo, che celebra la rivolta, come vuole gran parte della Critica, anticipando lo spirito dei moti di Masaniello.

Salvator Rosa, indifferente alle dee sensuali, ai fauni sfacciati e alle Veneri appassionate, si concentrò sul mito pagano del Prometeo, rappresentandolo con tale ferocia e crudezza, da provocare un malcelato raccapriccio negli sguardi di artisti ed ecclesiastici di quel tempo. Mentre la cappa di piombo spagnola schiacciava un popolo, il Rosa con il suo Prometeo incatenato, opera allegorica dal realismo crudo e sprezzante, fu il primo a gettare il guanto della sfida al dispotismo.  L’attenzione per l’elemento simbolico del mito si connota in senso moraleggiante nell’estremo tormento del personaggio, anticipando quei profondi contrasti che caratterizzeranno il periodo preromantico. Prometeo, figura della mitologia classica, primo martire della storia dell’uomo, è l’ incarnazione del dolore fisico: la tensione del volto e il viso deformato in un’espressione d’inimmaginabile sofferenza è testimonianza della brutalità della pena, che dall’artista viene amplificata con la scelta pittorica di ritrarre l’aquila, simbolo del potere, mentre divora le interiora che ricrescono, invece di attenersi alla classica iconografia del mito che pone il fegato quale cibo del rapace. Leggere il Prometeo alla luce dell’eroico ribellismo romantico, enfatizzando il motivo della sua rivolta, sembra eccessivo. Rosa tematizza la sofferenza del Titano e come figlio eterodosso del suo tempo, sembra dire al popolo “Guarda e ricorda”. Ma come spesso accade nessuno o troppo pochi compresero.

Al di là dei vagheggiamenti romantici,  alcuni brandelli di verità emergono dalle leggende in un impasto di storia e invenzione: brigante, cantastorie e saltimbanco rivoluzionario, fu definito da Luigi Salerno pittore del “dissenso”. La formazione napoletana, l’indole acuta e la satira feroce gli aprirono le porte di Roma, dove consolidò il suo ruolo di artista e frequentò la scuola olandese. Ma fu a Firenze che diventò pittore famoso, cedendo a quel gusto estetizzante della pittura fiorentina, e incontrò l’amore: “Un giorno pare che incontrò una povera ma leggiadra fanciulla di nome Lucrezia: raccolse quel povero fiore del popolo e lo strappò ai tristi consigli della miseria. Mitigava lo sdegno del pennello e della musa nell’intima soddisfazione della donna”. Agli anni fiorentini appartiene l’autoritratto, conservato alla National Gallery di Londra: sullo sfondo di un cielo carico di nubi, l’artista regge un’iscrizione Aut tace, aut loquere meliora silentio, Taci a meno che il tuo parlare non sia meglio del silenzio; e mai uomo fu più fedele alla sua idea che confluì nel proprio agire, fino alla fine dei suoi giorni. Stefano Causa lo considera ” uno degli artisti più antipatici che esista. Egli è tante cose: disegnatore e incisore; pittore di paesi e di storie, lettore di testi rari, poeta e poligrafo accigliato, nato sotto Saturno; guitto d’occasione e gran viaggiatore. Il ricco carteggio che si è conservato lo qualifica come un ingegno plurimo, a rischio di dissipazione. In breve: bisogna fare i conti con un personaggio ingombrante”. Eppure c’è chi ancora oggi, nelle sere d’estate a via Salvator Rosa ( l’antica infrascata, strada a lui dedicata, che dall’Arenella, il suo antico luogo di nascita, conduce al Museo) ha la vaga impressione di udire un liuto suonare.

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